La ricerca artistica di Peter Geschwind e Gunilla Klingberg è incentrata sull’iconografia propria del mondo dei media e del consumo. I simboli della cultura consumistica sono però stravolti e radicalmente modificati, fino a dar luogo ad opere e installazioni dove brand commerciali, oggetti e prodotti di vario genere diventano parte di un lavoro ampio e
I prodotti e le marche scelte sono esaltate nella loro condizione radicalmente transitoria e per il loro trasformarsi velocissimo da quelli che Bunuel avrebbe chiamato oggetti oscuri del desiderio in rifiuti e loghi obsoleti e passati di moda. Il lavoro si muove tra i due estremi propri della comunicazione pubblicitaria: dalla seduzione del possibile acquirente alla violenza impartita su di lui e sulla sua psiche, tendendo ad accentuare sempre più marcatamente il movimento ossessivo della comunicazione di massa.
Tra le opere in mostra, Repeat pattern di Gunilla Klingberg è un’installazione composta da una serie di marche pubblicitarie ricomposte in una sorta di enorme mosaico optical sulle pareti della galleria. Questo lavoro è da comprendersi all’interno del più ampio progetto di cui fa parte, dal titolo All lost in supermarket, che ricorre appunto a loghi e marche di prodotti per comporre quadri, poster e altre figure che esercitano un effetto volontariamente allucinatorio e ipnotico sullo spettatore. Al centro della sala così decorata è proiettato il video Sound cut, dove immagini appartenenti a una quotidianità comune e diffusa nel mondo occidentale sono montate a una velocità particolare, che le rende ritmate e cadenzate in modo regolare e sincopato. Il risultato è un video quasi televisivo, in cui l’agire quotidiano è trasformato in una realtà ibrida, a metà strada tra la ritualità di un’azione apotropaica e un angosciante e vuoto agitarsi dagli effetti ipnotici, privi di un senso allegorico ulteriore.
Osservando questi lavori sono possibili due tipi di riflessioni: la prima, e più immediata, concerne la condizione esistenziale del singolo e la sua condizione alienata che si sviluppa in questo assillante contesto costellato di immagini ossessive. La seconda concerne lo stesso mondo dell’arte. In questa mostra è messo infatti a nudo e chiaramente esplicitato un movimento presente, e non sempre conscio, nell’operare artistico contemporaneo: il suo ricorrere modalità comunicative proprie del marketing e della società dei consumi rimanendone spesso vittima e annullando ogni residuo di significanza. La retorica ciclica e l’andamento ossessivo delle immagini proprie del mondo dei media viene qui però sapientemente riutilizzato, lasciandone emergere la dinamica nascosta e i suoi effetti.
articoli correlati
Framing my view, Torino, galleria Maze
Pablo Vargas Lugo Scorcio Stellare Torino, Galleria Maze
Jessica Craig-Martin Torino, Galleria Maze
Flavio Favelli: Archivio Torino, Galleria Maze
maria cristina strati
visitata mercoledì 22 maggio 2002
Carne e colore: Jenny Saville arriva a Venezia con una grande personale a cura di Elisabetta Barisoni e visitabile fino…
A sette anni dalla scomparsa, la galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze restituisce la lucidità sovversiva di un artista capace…
Roberto de Pinto presenta la sua prima personale alla Galleria Francesca Minini, dal titolo Ostinato: tra pittura e collage, il…
A Bolzano, Feedback rilegge il lavoro di Franco Vaccari e le sue intuizioni visionarie sull’opera d’arte come spazio di scambio…
Dalle lacche del Vietnam alle radici post-coloniali della Sierra Leone: la Biennale di Venezia accoglie sette debutti assoluti che ridisegnano…
Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo…