Nata nel 1961 a Buenos Aires, Elizabeth Aro si è trasferita a Madrid dal 1990, anno in cui è stata chiamata a esporre al Museo Reina Sofia. Ha inoltre all’attivo diverse mostre in Europa e negli Stati Uniti. Nella scelta dei materiali è estremamente eclittica. Ha utilizzato la fotografia, il video, la pittura ad acrilico, ma soprattutto il feltro. Vi sono due costanti nel suo lavoro, entrambe riconducibili ad uno studio sulla percezione: la prima è un’attenzione puramente sensoriale per il contrasto tra luce e ombra, una ricerca di ascendenze barocche, caravaggesche; l’altro elemento-chiave è la volontà di mostrare la dialettica spesso conflittuale tra pubblico e privato, interno ed esterno. Tra la dimensione domestica e l’esistenza come diaspora, istituita dal villaggio globale.
La mostra ripropone un’installazione già presentata al Reina Sofia: un mappamondo di feltro di circa due metri e mezzo di diametro, sospeso da terra e ruotante su sé stesso. Gli spazi relativamente ristretti della galleria consentono a fatica allo spettatore di accedere nella sala in cui è esposto. D’altra parte proprio questo effetto claustrofobico realizza un redirect semantico, mettendo in evidenza significati del lavoro meno espliciti nel precedente allestimento museale. Ci troviamo così di fronte ad un mondo che entra sempre più invasivamente nelle nostre case, alla crescente minaccia, da parte dell’altro, dei nostri piccoli o grandi interessi privati. L’installazione ha una valenza fortemente ambigua. Da un lato il morbido tessuto con cui è realizzata e i confini sfumati dei continenti sembrano comunicare un senso di conforto e calore domestico, da ricercare in una dimensione felicemente apolide. Una meta ideale, fluttuante, sospesa dalla concretezza della terra, sulla quale rischia di dover piombare da un momento all’altro. Ma il dissolversi di ogni confine e la continua rotazione dell’installazione sembrano anche alludere al dissolversi di ogni identità, ad un movimento centrifugo
Il risultato è una delicata inquietudine, riscontrabile anche nell’elegante scultura-installazione all’ingresso della galleria. Si tratta di una grossa struttura tentacolare realizzata con eleganti tessuti, che vuole richiamare l’aureola radiante che l’iconografia cristiana raffigura intorno al capo delle vergini (specie dell’Addolorata). Un’aureola che i velluti della Aro rappresentano come “appassita”. Gli enormi raggi colore purpureo, sanguigno, discendono dalla parete sul pavimento e lo attraversano protendendosi verso l’ingresso della galleria, con un senso di epico lirismo.
Sono presenti anche alcuni lavori realizzati in cucito. Quel che manca invece sono le fotografie, che nell’esposizione madrilena costituivano la parte complementare del lavoro, esprimendo una particolare dialettica tra luce e ombra, nonché tra la figura umana e l’inquietudine del vuoto e dell’informe.
luca vona
mostra visitata il 10 ottobre 2005
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