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fino al 22.XII.2007 | This is the time | Torino, Spazio Blank

di - 3 Dicembre 2007
Con This is the time si ripercorre, senza venirne espulsi, una dimensione sospesa. Nove artisti, diversi per età, provenienza e capacità di registrare l’estetica del tempo indagano le mosse dello sguardo alla fermata dell’istante. C’è chi, fra i nove lavori esposti, sceglie di impressionare il tempo come un misto di accadimenti inevitabili, rimasti intrappolati sulla pellicola di un video (Paul Hendrikse). In Parting or putting together l’inquadratura della telecamera è fissa su un paesaggio, rarefatto dalle nuvole. Nei pochi minuti del video la foschia si alza, alcune campane battono, macchine in lontananza si muovono e la natura non smette di frusciare. Uno sguardo del tempo che, involontario, scorre anche quando tutto sembra aver trovato posto.
Ettore Favini con un punteruolo fora lunghe strisce di cartoncino, fasce che srotolate in galleria rimarcano l’impossibilità, nello stesso periodo di tempo, della ripetizione identica dell’atto (Ipotesi di finito). Luca Vitone, attraverso il breve filmato Usuale, riprende il proprio cammino per strada, compiuto dall’indirizzo di casa a quello della galleria. Il conteggio dei passi scandisce un’unità di misura temporale che fa da colonna sonora all’intera collettiva. Il terzo italiano in mostra è Massimo Grimaldi, che propone il lavoro più criptico, Barbados. Una cartolina d’altri tempi, dissestata e ricolorata, che si stende su un lumino a batteria, posizionato sul retro dell’immagine. Il dispositivo illumina in trasparenza il paesaggio, dettando le leggi del tempo che scarica e spegne i tramonti.

Ancora più introverso il lavoro di Michael Dean. Il suo modo di registrare il tempo è affidato alla carta e alle pieghe fatte su un cielo di cellulosa e stelle. L’artista inglese affida a ogni cartoncino nero, sul quale è stampata la volta celeste, un codice segreto che, tradotto, affida una lettera a ogni piega, componendo così una serie di versi raccontati da insospettabili origami asimmetrici. Più inventivo risulta Albin Karlsson. La registrazione del tempo passa, lasciando una traccia scura, che sporca la sua Thermopaper Machine 1. Il rullo elettrico fa passare un rotolo di carta termosensibile attraverso una sottile resistenza. Questa, emanando calore, brucia la carta e la ossida. Sempre attraverso il supporto cartaceo, il tempo diventa una linea che non ha e che non permette demarcazione anche per Goran Petercol. L’artista inscheletrisce il segno sul foglio, lasciando che il tratto di grafite segua e sfugga all’ombra della matita, nell’intento infinitesimale di raggiungerla.

Infine, due risultano le opere di maggior spessore e pertinenza. In una sala buia, Dominique Petitgand porta i carichi del tempo alle orecchie dello spettatore. Nell’installazione sonora Fatigue, un bambino conta faticosamente fino a cento, mentre su una traccia retro-incisa una donna anziana si lamenta di quel che non riesce a fare a causa della vecchiaia. Da vedere il video-prova di una difficile sopravvivenza al tempo. Con One year performance n. 2 – Time clock piece, Tehching Hsieh testimonia per un anno l’interruzione volontaria dal fare arte, timbrando un cartellino per ogni ora di quei 365 giorni e fotografando quel momento. A ogni marchiatura, Hsieh prende un ritratto di sé che va a completare una lunga serie di istanti, immortalati senza possibilità di sfuggire al tempo. Quell’andare avanti che nemmeno si sottomette alla propria registrazione.

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ginevra bria
mostra visitata il 22 novembre 2007


dal 10 novembre al 22 dicembre 2007
This is the time (and this is the record of the time)
a cura di Carlo Fossati e Simone Menegoi
e/static – Spazio Blank
Via Reggio, 27 (zona Regio Parco) – 10153 Torino
Orario: da mercoledì a sabato ore 16-19.30 o su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 011235140; info@estatic.it; www.estatic.it

[exibart]

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  • ...la veritaaà ti fa male lo sooo...o gigi, e la cremeria? nervoso? sei in mostra? ti fa vergogna?

  • basta con gli anni '70! che noia! quant'è di moda rifare quegli anni, non se ne può più! e poi, un pò di colore, please! o vi fa paura?! la mostra era comunque intelligente, ma propongo di passare agli anni '80!

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