Il titolo della personale che la galleria Dieffe dedica a Daniela Monaci ( Fotopittura) porta in primo piano la tecnica che ormai da diversi anni accompagna la ricerca dell’artista. Si tratta di scatti fotografici rielaborati al computer per dare vita ad icone sospese in una dimensione le cui coordinate spaziali e temporali rimangono nell’incertezza. La forza di queste immagini deriva proprio dalla capacità della Monaci di trasfigurare pochi elementi quotidiani per scandagliarne il mistero e le potenzialità semantiche ancora inespresse. Sapere ascoltare il mondo che ci circonda e dare voce agli elementi che lo compongono testimonia una sensibilità, una vocazione che è propria soprattutto del poeta.
Si potrebbe pensare ad una facile forzatura nell’interpretare il lavoro in chiave biografica, poiché l’artista è nipote del recentemente scomparso Mario Luzi, probabilmente il più importante poeta italiano del secondo Novecento. Ma di fatto, al di là della tekné, dell’impiego -comunque sempre misurato- delle nuove tecnologie, l’elemento fondante di questi lavori sta nella capacità di plasmare immagini che esprimono eloquentemente il disagio e le speranze del nostro tempo, attingendo alla storia della pittura italiana senza mai cadere in uno sterile citazionismo. Così sono da intendersi l’esasperazione dei contrasti cromatici e chiaroscurali che richiamano la pittura caravaggesca o la metafisica contemporanea di un’immagine in cui ombre minacciose attorniano un anonimo personaggio della classe m
“Di tutte le cose Polemos è il padre” affermava il filosofo Eraclito di Efeso. Daniela Monaci sembra essere d’accordo, e il suo stesso lavoro prende forma dal collimare e dal collidere di tempi, luoghi e tecniche differenti. Forse la realtà contemporanea ha origine davvero da una sorta di “incidente”, la cui portata epocale è ridimensionata, ma resa non meno drammatica nella figura della giovane tailandese che custodisce in grembo la sua stessa testa. Ma sembra esserci ancora spazio per la speranza. Come testimonia il placido abbandono di un neonato tra le braccia materne, gli occhi chiusi di fronte all’abisso…
luca vona
mostra visitata il 9 novembre 2006
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ho partecipato all'aperitivo in rosso e nero con degli amici: che bello! Tutto si intonava con le tue opere, raffinata la scenografia dell'insieme, calda l'accoglienza per non parlare delle bottiglie di vino con su l'etichetta del tuo giocoliere... ottimi anche gli stuzzichini....
Complimenti per tutto quanto ma soprattutto per i tuoi lavori rossi e neri e per le ombre fra terra e pareti.
Marcella