Varcando la soglia della “sala grande” della galleria di Franco Noero, un’infilata di dieci fotografie notturne catturano lo sguardo. La scritta Hollywood illuminata al neon campeggia sulla celeberrima altura losangelina. Ma le fantasmagorie variano continuamente, tanto che colore e disposizione paiono influenzare anche la forma di alcune lettere.
È così che Jeff Burton (Anaheim, California 1963. Vive e lavora a Los Angeles) ci introduce nel mondo scintillante del cinema a stelle e strisce.
Ma occorre prestare attenzione al tremolio di quelle luci, al loro destino incerto. Perché l’universo di Burton – dotato di un omonimo regista, altrettanto acuto nel cogliere i riflessi più tenui dello show business – è quello del cinema prodotto in location sguaiate e segrete, ancor più provinciali di quelle sfarzose ove si narrano commedie e “gesta” noiosamente hollywoodiane.
La carriera di Jeff Burton, già in personale da Noero appena due anni fa, è iniziata infatti sul set di film pornografici, ove ricopriva il ruolo di fotografo di scena in “opere” dal carattere prevalentemente gay. Non ci si aspetti però l’ostentazione gineco-andro-logica della pornografia da edicolante e nemmeno la pruderie barocchina di un certo Nobuyoshi Araki. Burton vuole rompere con le suddivisioni fra arte, moda e pornografia, e “intersecare i generi”. Ancora una volta, ci sbaglieremmo aspettandoci nudi oleosi e patinati: Burton non è Robert Mapplethorpe. Insomma, c’è poco da godere per lo spettatore, che non solo si autopercepisce come voyeur a causa delle inquadrature, ma pure a disagio poiché l’altezza dalla quale sono scattate le fotografie a colori è quella di un bambino! Se a tutto ciò si aggiunge la saturazione cromatica, la sensazione perturbante dovrebbe essere raggiunta senza ulteriori sforzi.
Su Artforum, Bruce Hanley ha parlato di “inclemenza” e probabilmente è il sostantivo più adatto per caratterizzare l’atteggiamento del californiano. D’altronde, è ciò che si prova dopo aver visto un implacabile reporter che coglie efebici petti nudi adornati con collane di banconote e prostitute di periferia che si strusciano con palloni da basket. Oppure dopo aver sorriso e irriso il proprietario di un’automobile con pomelli della sicura decorati con teschi e brillanti, o ancora bicchieri in plastica su cui scrivere il proprio nome come in una festicciola pre-adolescenziale.
Nient’altro che disagio, se sorprendiamo, riflesso nel quadrante di una pendola, un ragazzo nudo. Perché ci aspettano i grandi occhi che invadono un cielo rosso come il sangue (e)virato di una pellicola, fra decine di cavi dell’alta tensione, come a ricordarci che esistono, purtroppo, anche gli snuff movies.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 6 marzo 2004
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