Il primo elemento che percepiamo è il rumore, prodotto dai meccanismi che mettono in moto i due nuovi lavori di Lara Favaretto (1973, Treviso; vive a Torino), alla sua seconda personale da Noero. Sono presentate due nuove installazioni in movimento, un concentrato del suo percorso artistico.
Ad accogliere il visitatore, un corpo rivolto di spalle, una scultura ad altezza naturale, che, in piedi e con i pantaloni abbassati, fa pipì in un secchio posto di fronte. La scultura è prodotta dal calco del corpo della stessa artista, colta in un atto intimo e personale, ma, soprattutto, maschile. Il materiale utilizzato –gesso di tipo industriale, lasciato grezzo- e la volontà di mantenere a vista il congegno che permette il ricircolo dell’acqua dal secchio al corpo, connotano di fredda razionalità l’intero progetto.
L’artista, conosciuta per le sue “macchine del divertimento”, meccanismi apparentemente assurdi che coinvolgono gli spettatori attraverso la contaminazione e l’interazione di esperienze collettive e consolidate, pone qui di fronte al serio e al faceto. La reiterazione di un bisogno naturale, proprio per la sua ripetizione infinita, diventa inutile e paradossale, la figura perde le sembianze umane e assomiglia al putto di una fontana.
A differenza di altri lavori, in cui è preponderante il coinvolgimento degli altri, in queste ultime opere acquista importanza la presenza in prima persona dell’artista. Il coinvolgimento è ancora più forte, anche se sicuramente meno visibile, nella seconda installazione in mostra. Una corda, pendente da un braccio rotante attaccato al soffitto, gira vorticosamente su se stessa, colpendo con un’estremità una delle pareti della galleria. Un capo della corda, ricoperto di cuoio, sbattendo in modo irregolare sul muro bianco, lascia ogni volta un segno nero, più o meno intenso a seconda della velocità del colpo. Ad ogni urto, però, la corda perde velocità e cambia il suo movimento. La lunghezza della fune è stata in realtà
Anche in questo lavoro, la ripetizione continua del movimento, che determina una diminuzione o un aumento di potenza, passa da semplice meccanismo a processo che genera energia, che può lasciare un segno sul muro come si può interrompere se si decide di fermare il motore. Come nelle installazioni di Rebecca Horn, prevale l’idea di arte intesa come energia e processo creativo, di cui l’artista è l’artefice ma non il soggetto esecutivo. Entrambe le artiste creano oggetti e installazioni azionate da meccanismi, sebbene nella Horn vengano concepiti come estensioni del proprio corpo per superare i limiti anatomici e esprimerne il disagio.
La vetrina di Via Mazzini, priva di porta e completamente vuota al suo interno, ospita, invece, un’installazione sonora che accoglie con un applauso chi entra e si ferma al bloccarsi del visitatore. Lo sconfinamento tra pubblico e privato e l’effetto sorpresa stimolano abitudini e percezioni attraverso il paradosso e un involontario processo di interazione.
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ilaria porotto
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punkabbestia st'artista
a Lara... ma va a Favaretto!!!!
tutto rumore per niente...
deserto e vuoto sulla faccia dell'abisso!