Categorie: torino

fino al 29.XI.2003 | Teresita Fernández | Torino, Galleria In Arco

di - 17 Novembre 2003

Era il 2001 quando al Castello di Rivoli venne allestita la prima personale italiana di Teresita Fernández (Miami, 1968). L’artista di origini cubane, ora residente a New York, aveva impressionato pubblico e critica con l’onda-arcobaleno che costituiva l’apice di un percorso espositivo simile a una passeggiata psico-sensoriale. Nel 2002, alla Gam di Bologna, Claudio Parmiggiani aveva ideato un’esperienza che poteva apparire analoga. Ma, nel caso di Fernández, ogni attitudine cupamente cerebrale cede il posto a un atteggiamento gioioso.
È così che si ripresenta alla galleria torinese, accogliendo il visitatore con 8.05 AM (2002): uno sciame divisionista di piccoli cubi in resina colorata e semitrasparente, applicati alla parete della prima sala. Non è un caso se il curatore Luca Beatrice ribadisce a catalogo che Fernández è ”scultore in toto”: le sue opere sfruttano ogni mezzo tecnico e cromatico per comunicare un’idea di scultura cangiante, cinematica e sinestetica. Perciò – come ha ricordato Carolyn Christov-Bakargiev – i confini fra organico e inorganico, materiali e soggetti si mobilitano e divengono de-finiti. A partire da questo assunto, si spiegano diverse altre conseguenze: l’utilizzo del mylar, carta trasparente fragile (solo) in apparenza; l’attenzione per tematiche che si focalizzano su due elementi primordiali, l’acqua e il fuoco, sintetizzati nella lava (si vedano i quattro lavori della serie Liquid Gold, 2003). D’altra parte, l’elemento prettamente acquatico si sviluppa nella “serie” coeva che comprende Freefall, Geyser, Hairpin, Cascade e Waterfall. Paradossalmente, il momento culminante si deve a Glacier, un’opera che risale al 2001. Qui ogni cinema(tica) si congela in uno still frame che non è affatto la morte del movimento, ma la virtualità più esplosiva, lo stato che trasmette l’imminenza dell’attimo in cui la quiete darà sfogo a tutto il suo potenziale di mobilità. In questo contesto si inserisce a pieno titolo il riferimento al japonisme stile Hokusai. Ma non è l’unico rimando all’estremo Oriente: il saggio di Cherubini – eloquentemente sottotitolato ”Liquefazione e solidificazione del paesaggio” – richiama, a proposito di un disegno come Cinematic Three (1999), gli ancestrali labirinti inglesi (i turf-mazes) e il principio shakkei del giardino giapponese, per cui ”un paesaggio [è] noleggiato dallo sguardo per lo spettatore”.
Insomma, un’onda di emozioni a tratti sospese e a tratti coinvolgenti. Come un’onda. Un’onda nuova: New Wave.

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mostra visitata il 26 ottobre 2003


teresita fernández
a cura di luca beatrice
galleria in arco
piazza vittorio veneto, 3
10124 – torino
orario: dal martedì al sabato 10.30-12.30 e 16.30-19.30
ingresso gratuito
info: tel/fax 011-8122927; info@in-arco.com; www.in-arco.com
catalogo con testi di luca beatrice e laura cherubini

[exibart]

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