Alla sua prima personale in Italia, Mie Yim (Seoul, 1963. Vive a New York) ha scelto d’intervenire direttamente sullo spazio della galleria, non limitandosi ad esporre i suoi disegni a pastello su carta bianca o colorata (2000-2004) e su legno (2001-2004), oppure i più datati oli su lino (1998). Ha infatti realizzato un grande wall painting cui una fabulosa Ofelia si barcamena fra Shakespeare e Winnie the Pooh. Per quanto riguarda gli altri lavori, di dimensioni assai differenti fra loro, quel che è immediatamente evidente è una costante “esplosione acida di colore”, come dichiara la stessa artista nella chiacchierata con Gabriella Seruso contenuta nel catalogo, che pare un vero libro d’artista. A questo trattamento cromatico si accoppiano tematiche fiabesche, popolate da eterei personaggi zoo- e antropo-morfi. Tuttavia, tale atmosfera zuccherosa spesso s’increspa nervosamente, dando luogo a un effetto uncanny di profonda inquietudine, come testimoniano anche i titoli di molte opere. Per esempio, Slumber Party (2000) mostra un bambino di tre quarti con le natiche scoperte, dal volto triste e sovrastato da una figura più grande, vestita da orsacchiotto. O ancora, in Long Ago, Far Away (1998), un abbozzo di paesaggio montano è focalizzato su una coppia di orsi antropomorfi distesi l’uno accanto all’altro, come dopo uno sconcertante amplesso. Il sentimento perturbante si fa più complesso nei lavori composti in serie di tre o quattro piccoli pastelli, mentre il supporto del legno in Baccus (2001) ha come protagonista una creatura materna, che stringe con violenza un piccolo felino dagli occhi spauriti.
Quello che Yim definisce “un gioioso flusso di coscienza” strizza l’occhio più alla coppia Carroll / Freud che a Walt Disney. Proprio il “significato opposto delle parole primordiali”, parafrasando un giovanile saggio del padre della psicanalisi, consente di cogliere l’ambiguità espressa nei titoli dei lavori e nei soggetti dipinti. Al pari del pharmakon, che senza soluzione di continuità è medicamento e veleno, gli animaletti dell’artista sono simili ai conigli rosa asassini di bonelliana memoria. Possono fluttuare nel nulla come in Limbo (2004) o incombere minacciosi come in Ba-da-ba-bum (2004).
Il concetto che si pone al centro della ricerca di Mie Yim è dunque, quello di una identità liquida -per usare un’espressione del sociologo postmodern Zygmunt Bauman- che, sfrondata dalla retorica tardo-capitalistica, si rivela essere mera schizofrenia attitudinale. Che non va certo curata farmalogicamente, ma affrontata alla radice. Come frutto di un assetto socio-culturale che cambia di segno anche alle realtà che credevamo più incontaminate.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 24 settembre 2004
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Grazie mille!
Questa è un'informazione preziosa, sul serio.
Giusto per soddisfare la mia curiosità (data la precisione del riferimento, penso di averlo capito), mi confermi la tua identità per mail?
Ciao,
Marco
titolo: who killed bambi (ten pole tudor / vivienne westwood)
disco: sex pistols - the great rock 'n' roll swindle
brano num 6 lato D - vinile 1979
vedi anche immagine retro di copertina dello stesso lp