Trasformare la galleria in una sartoria. Mescolare moda, geografia e indagine sociale. E’ quello che fa Bernardo Giorgi, con il suo ultimo, originale progetto, nato nell’estate 2004 per una mostra sulla frontiera polacco-tedesca e ora ripensato per l’Italia, in collaborazione con la galleria nicolafornello. Uno come Giorgi, in effetti, non te lo immagini alle prese con stoffe, cartamodelli e questioni di look. Uno che indaga tematiche dense, complesse, dal forte taglio socio-culturale: localismo e nomadismo, territorio e confine, comunità e differenza, transito e radicamento.
Un artista impegnato… che si è messo a fare vestiti. Lui disegna i modelli e a realizzarli ci pensa un giovane stilista senegalese. Niesse Mamadou ha adesso in galleria il suo piccolo atelier provvisorio, allestito a dovere per confezionare abiti e accessori su misura: chiunque vorrà, una volta a settimana, potrà recarsi nell’anomalo laboratorio e ordinare un capo.
Quale il nesso con la sua ricerca? Se quello della moda è l’universo “vacuo” per eccellenza, l’uso e l’abuso della superficie diventano il trait d’union fra i capricci del fashion e la ricerca artistica sul territorio. Gli abiti si fanno mappe, la pelle stoffa, il corpo paesaggio. Giorgi sceglie quattro zone del torinese, ad alto interesse sociale, e ne traccia la planimetria; da qui ricava lo scheletro dei suoi modelli. Mirafiori, Vanchiglia, Stadio delle Alpi, San Salvario, rispettivamente si tramutano in un grembiule, un bracciale, un cappello, un marsupio. E poi tredici variazioni sul tema.
In galleria c’è un grande wall painting che riproduce il tracciato di un cartamodello; c’è poi l’angolo-atelier, con tanto di macchina da cucire, scaffali con tessuti in bella vista e busti da sartoria con addosso gli abiti in lavorazione; quindi dei frammenti di mappe, raffinati disegni a cui sono abbinati campioni di stoffe; infine le pile di cartamodelli a disposizione del pubblico: si prendono, si portano a casa e ci si cuce da soli il vestito prescelto, apportando modifiche a piacere. Clienti bricoleur –che è come dire esploratori o migranti– per oggetti self made d’autore.
Una questione di superficie dunque. La pelle separa la carne da ciò che sta fuori; è barriera protettiva e insieme interfaccia, canale e cortina, soglia di connessione. Un abito allora non è che un secondo strato –artificiale- in cui s’insinua la possibilità di un’alterazione/ri-generazione di sé e del paesaggio stesso.
E così ogni territorio si articola in una quantità di confini, barriere, profili marcati-dimenticati-ridisegnati: tracciare una mappa è un modo per affermare l’identità di un’area (il confine ne è presupposto mobile ma necessario), permanendo nella sua instabilità; stare sulla linea flessibile aspettando che si pieghi, si inverta, si spezzi o resista.
Giorgi s’inventa una topografia epidermica da raccontare attraverso abiti, tessuti e orli: sceglie un luogo –sottraendolo magari a un oblio o una marginalità insana- e poi lo consegna a un corpo, ogni volta diverso. Indossarlo sarà come attraversare un territorio e farlo proprio. Immaginando una geografia in costante mutazione.
helga marsala
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