La retrospettiva che festeggia il ventennale del Castello di Rivoli è dedicata a Franz Kline (Wilkes-Barre, Pennsylvania, 1910 – New York 1962). Un centinaio di opere celebra uno dei massimi esponenti dell’Espressionismo Astratto, dell’action painting, a 39 anni dall’antologica allestita alla Gam di Torino.
S’è dunque a lungo parlato di Kline incasellandolo nella “scuola” newyorkese, ulteriormente tassonomizzata nell’opposizione fra gestualità e color field. La critica ha poi spesso rinvenuto nel segno kliniano l’arte calligrafica giapponese. Se è vero che le dichiarazioni degli artisti non vanno prese come oro colato, tuttavia non se ne può prescindere tout court. Tra Kline e il Sol Levante vi furono rapporti, che vanno esaminati con maggiore attenzione. Se infatti risaliamo alla sua cultura visiva originaria, scopriamo maestri come Rembrandt e illustratori come Whistler (un’eredità che, coniugata con il fumetto americano e il fordismo, dà luogo per esempio a lavori come Locomotive, oppure alla galleria dei 20 Bar Sketches). Grazie a quest’ultimo, Kline scopre il Giappone, in primis Hokusai, poi il pittore Sabro Hasegawa. D’altra parte l’aspetto non-calligrafico è palese da una dichiarazione anti-edipica (nel senso che gli attribuiscono Deleuze e Guattari) e al contempo mutuata dallo strumentalismo di Dewey: “Non sono un simbolista. Ciò che dipingo, nell’atto stesso della pittura, diventa per me un’esperienza”.
Giungiamo così al secondo aspetto della questione, per cui ci si immagina un Kline prossimo alla violenza e alla istintualità esecutiva di Pollock, di contro all’ossessività cerebrale di Rothko. In altre parole, action vs color field. Ma, anche in questo caso, è sufficiente soffermarsi sulla meticolosità degli studi preparatori di Kline per rendersi conto che quelle larghe pennellate sono il frutto di una rigorosa dis-organizzazione. Una stringente logica interna vi è dispiegata, tanto che sia David Anfam sia Carolyn Christov-Bakargiev propongono un Kline bifronte, che si nutre del passato per stimolare un futuro di Minimalismo e Postminimalismo, checché ne abbia detto Donald Judd. Dunque, per questa sua capacità di sollecitare le categorie, ancor prima che vengano storicizzate, si potrà parlare di informale, nel senso attribuitogli da Rosalind Krauss. Una capacità di sfocare le distinzioni, di disseminare il significato sinché non resta altro che il significante. Una pittura “difficile”, come ben sapevano i suoi primi dealer. Che però stimola una riflessione finalmente più ragionata anche da parte della critica, costretta a soffermarsi su opere come Turin (1960) o gli studi sull’elenco
Per concludere, ribadiamo il carattere di tensione drammatica e rigorosa del lavoro di Kline, il suo essere ostinato in senso operistico e al contempo sincopato in chiave jazzistica. Tele e disegni in cui lo zoom del coevo film noir si traduce in una evenemenzialità che accade in uno spazio appositamente creato dal pennello. Un processo aporetico che ritroveremo nei lavori musicali di Morton Feldman, che non a caso dedicò proprio a Kline una delle sue composizioni più memorabili.
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articolo interessante per affrontare i temi che questo artista colto, profondo, ha affrontato con estrema carica di espressività, con conoscenza intima della complessità del comporre..del figurare.. direi un pilastro del '900
roberto matarazzo