Volti e corpi, tutti femminili, popolano i monumentali ritratti di questo trentacinquenne pittore torinese, per il quale la pratica del dipingere risulta, a sentir lui, “un ottimo antidoto alla noia”. Un sentimento che, al pari di altri, funge da sempre come potente stimolo alla creazione artistica e, nel caso di Alberto Castelli, si materializza in una pittura dalla stesura piatta e dai contorni netti. Figure di donne algide e altere si stagliano nitide su sfondi tendenzialmente monocromi, che ne esaltano la forte bidimensionalità. Spesso colte in atteggiamenti da rivista patinata, dimostrano tutta la loro estraneità nei confronti di se stesse e del proprio creatore, confermando di essere un puro “pretesto per poter continuare a dipingere”. E questa indifferenza per il soggetto trattato si avverte soprattutto negli sguardi che, vuoti, fissi, privi di qualsiasi calore, sembrano oltrepassare chi, osservandoli, cerca di stabilire un contatto più o
Ma ciò non rientra nell’interesse di Castelli che, al palpito di un’emozione reale, preferisce contrapporre il silenzio di un’immagine ideale, di un’“icona”. “Io trasferisco sulle tele delle persone senza storia, senza passato ma che vivono la contemporaneità” spiega l’artista “dal momento che fermi queste immagini, inevitabilmente crei delle icone, delle icone molto personali, come facevano i pittori del passato.”. Quindi, un testimone del proprio tempo che trasforma la materia pittorica in qualcosa a metà tra la cartellonistica pubblicitaria e il nuovo linguaggio mutuato dal trattamento digitale delle immagini. Che attraverso colori freddi dai toni fortemente contrastati, modella con abilità questa lunga serie di donne. Anonime, sì, molto curate nei dettagli, resi maggiormente evidenti dal grande formato delle tavole e delle tele di lino usate come supporto.
claudia giraud
mostra visitata l’11 febbraio 2005
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