Tre mostre in compresenza al Filatoio di Caraglio. Opere scelte attentamente all’interno della vasta collezione La Gaia di Bruna Girodengo e Matteo Viglietta, costituiscono il nucleo della mostra Le cinque anime della scultura, a cura di Francesco Poli. La rassegna, da porre in relazione con il volume La scultura del Novecento, pubblicato dallo stesso Poli, mette a fuoco diversi aspetti della scultura contemporanea, concentrandosi in particolare sui momenti di transizione e sull’ibridazione dei linguaggi. Vengono individuate cinque sezioni all’interno delle quali si muovono artisti esemplari.
Forme presenta la scultura “tradizionale” nella quale l’agire dell’artista si evidenzia attraverso la modellazione e la generazione di una forma plastica ben precisa: valgano quale esempio Medardo Rosso o Henry Moore. In Costruzioni e assemblage il concetto di scultura si palesa come combinazione di diversi elementi, spesso eterogenei o addirittura stridenti, come avviene nel caso di Richard Serra, Costa Vece o Antony Caro. L’oggetto che diventa scultura è al centro di Oggetti. Man Ray, Pino Pascali, Tom Wesselmann costruiscono una realtà scultorea che preleva l’oggetto dal contesto quotidiano e lo trasla in un significato differente. Il passaggio successivo è quello mostrato da Installazioni e ambienti, dove la scultura, a partire dagli anni ’60, si trasforma in una realtà funzionale allo spazio, con il quale instaura un dialogo profondo, come si vede nel lavoro di Monika Sosnowska. Chiude il percorso Corpi viventi: la scultura è un linguaggio vivo che si sviluppa intorno ai video di performance e a lavori fotografici di Marina Abramovic, Vito Acconci, Regina Josè Galindo, John Coplans, Otto Muhel, Brigitte Niedermair.
La mostra antologica di Federico Garolla (nato a Napoli nel 1925), a cura di Andrea Busto, presenta una selezione di scatti in bianco e nero di un artista che ha “fotografato” l’Italia tra il 1948 e il 1968 con attenzione realistica.
Sfilano dunque davanti agli occhi dello spettatore momenti cruciali della storia del nostro paese, dal dopoguerra al miracolo economico, visti da un fotogiornalista che, in quanto tale, non ebbe all’epoca un riconoscimento adeguato. Villeggianti a Madonna di Campiglio, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Salvatore Ferragamo che lavora alle sue celebri scarpe, un comizio elettorale in Piazza della Signoria a Firenze, il mare d’inverno, un gruppo di capelloni alla vigilia del Sessantotto. Momenti di vita borghese nell’Italia repubblicana nei quali la commistione di personaggi di spicco e di figure anonime offre un interessante documento storico oltre che artistico.
Di Luca Rento (Feltre, 1965), anche la sua mostra è a cura di Andrea Busto, vengono proposti lavori che si muovono in sinergia con l’ambiente. L’elemento caratterizzante che li accomuna è la loro allusività, la capacità di rimanere in bilico tra reale e metareale; sono videoopere che coinvolgono lo spettatore in un’atmosfera la cui suggestione deriva dall’immediatezza della comunicazione visiva, dal contrasto tra il piccolo formato dell’immagine e la grande dimensione del “contorno”, e dalla luce, elemento strutturante del lavoro. La tensione tra presenza e assenza, vicinanza e lontananza, induce a riflettere sulla possibilità di proiettarsi verso una dimensione che procede oltre i residui simbolici. Due esempi: lo spettatore che osserva Bianco vede un’immagine attraversata all’improvviso da un segno-scia luminoso che scompare e ricompare a intervalli prestabiliti. In Nero scopre un punto luminoso quasi impercettibile che costituisce un irrinunciabile riferimento percettivo.
tiziana conti
mostra visitata il 5 luglio 2007
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