Georg Baselitz, archive portrait, 1983 © Daniel Blau, 2026
Apre oggi al pubblico, al Museo Novecento di Firenze, Baselitz. AVANTI!, grande mostra realizzata in collaborazione con lo studio dell’artista, curata da Sergio Risaliti e visitabile fino al 13 settembre 2026. Distribuito sui tre piani del museo, il progetto espositivo riunisce circa 170 opere tra incisioni, dipinti e sculture, mettendo al centro un aspetto decisivo ma meno frequentato della sua ricerca: la grafica. Per leggere meglio una figura che ha attraversato più di 60 anni di storia dell’arte, ecco cinque cose da sapere su Georg Baselitz.
Nato nel 1938 in Sassonia come Hans-Georg Kern, Georg Baselitz cresce in Germania tra la guerra e le sue conseguenze. Questa dato biografico agisce come una matrice profonda del suo lavoro. Più volte l’artista ha ricordato di essere nato in un Ordine distrutto», tra paesaggi, persone e strutture sociali devastate, e di non avere mai voluto ricostruire un sistema stabile o rassicurante. Da qui deriva la sua attitudine costante a mettere in crisi ogni struttura considerata affidabile, a diffidare delle forme chiuse, a sabotare la composizione e l’idea stessa di armonia. La sua arte nasce da una frattura e continua a lavorare dentro quella frattura.
Nel 1961 Hans-Georg Kern sceglie di chiamarsi Georg Baselitz, prendendo il nome dal proprio paese natale, Deutschbaselitz. Anche questo passaggio è significativo: la scelta di uno pseudonimo che rivela un gesto di costruzione di sé. In quegli anni Baselitz studia prima a Berlino Est, da cui viene espulso per «Immaturità sociopolitica», e poi a Berlino Ovest, dove conclude la sua formazione in un ambiente attraversato dall’Arte Informale, dal Tachisme e dall’Astrazione gestuale. Nello stesso periodo guarda all’eredità di Kandinsky, Malevič, Munch, ma anche al Manierismo italiano, all’arte africana e alla tradizione espressionista tedesca. Il suo linguaggio si forma così, in maniera disorganica, più che come un sistema coerente.
L’immagine rovesciata è il tratto per cui Baselitz è diventato universalmente riconoscibile ma ridurla a una trovata formale sarebbe fuorviante. A partire dal 1969, con opere come Der Wald auf dem Kopf, il capovolgimento diventa una modalità concettuale per sottrarre il soggetto alla lettura narrativa e costringere lo spettatore a guardare la pittura come pittura, ovvero forma, colore, superficie, costruzione. Invertendo la figura, Baselitz vuole affermare il soggetto attraverso l’instabilità. Lo spostamento ne interrompe la funzione illustrativa. È un gesto contro l’accademia, contro l’abitudine visiva, contro ogni immagine che si lasci consumare troppo rapidamente. In questo senso, il rovesciamento agisce sul pensiero e sulla percezione, obbligando a ricominciare da capo.
Negli anni Sessanta Baselitz diventa noto per dipinti figurativi violenti, deformati, volutamente disturbanti. La sua prima personale alla Galerie Werner & Katz di Berlino Ovest, nel 1963, provoca scandalo e due opere vengono sequestrate per oscenità. Ma quella provocazione non è mai gratuita. L’artista sta già lavorando su una figura ferita, compromessa, spezzata dalla storia. Lo si vede con particolare evidenza nella serie degli Eroi del 1965-66, dove i personaggi appaiono isolati, esausti, privi di retorica, lontanissimi da qualsiasi idea monumentale o trionfale. L’eroe di Baselitz emerge dalle macerie, portando addosso i segni del collasso storico e morale della Germania. È una figurazione che va oltre la rappresentazione, per contraddirla.
La novità di Baselitz. AVANTI! sta soprattutto qui. Pur includendo dipinti e sculture, la mostra del Museo Novecento mette in primo piano l’incisione, che per Baselitz non è affatto una pratica secondaria. Già a metà anni Sessanta l’artista si misura con la grafica ma è soprattutto dagli anni Settanta e Ottanta che questo linguaggio assume un ruolo centrale, anche su grande formato. L’incisione gli consente di radicalizzare il segno, di lavorare sulla pressione, sull’urto, sul rapporto diretto tra gesto e materia..
La mostra fiorentina aggiunge poi un elemento ulteriore: il rapporto di Baselitz con la città. Il suo soggiorno a Firenze nel 1965, grazie alla borsa di studio di Villa Romana, è stato un momento decisivo. Qui entra in contatto con Rosso Fiorentino, Pontormo, Beccafumi, quindi con tutta quella linea anticlassica, instabile, espressiva che ha attraversato l’arte italiana e che avrebbe lasciato tracce profonde nella sua formazione. E proprio Firenze oggi accoglie una mostra che, più che riassumere un percorso, lo riapre da un punto specifico e sostanziale: la stampa come gesto radicale, la grafica come linguaggio in cui la ricerca continua a mostrarsi nella forma più nuda e incisiva.
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