Gilberto Giovagnoli pare non voler in alcun modo mediare con il mondo. Egli non dipinge ma sembra accumulare e sovrapporre a strati, centinaia d’immagini. Facce, alberi, case, infantili disegni erotici mischiati disordinatamente a migliaia di fili di cotone, a polvere di tabacco, involucri di caramelle e legati assieme, assemblati con fasci di nastro adesivo trasparente.
Le gigantesche opere che ne derivano, sono scenari deliranti, arazzi caotici, colmi d’invettive e bestemmie, specchio fedele della peggiore produzione del lato oscuro dell’umanità. E’ una presa di coscienza e la conseguente denuncia di quanto sia divenuto orribile il mondo? Luca Beatrice, nel suo testo di presentazione, descrive Giovagnoli come un artista politico, intento ad affrontare temi scottanti di attualità sociale, legandolo ad un aspetto di forte concettualità, ma nonostante rabbia e disagio emergano palesemente dai suoi lavori, sono più propenso a pensare ad una operazione inconscia, dettata da impulsi istintivi e generata da una sorta di furia iconoclasta nei confronti dell’arte stessa e delle sue convenzioni.
Ciò che colpisce maggiormente è la “perfetta imperfezione” delle opere, la loro libertà assoluta dai canoni della bellezza e dell’estetica. La costruzione caotica e anarchica di questi lavori può sconcertare e mettere in difficoltà l’osservatore ma è certamente l’aspetto più interessante e significativo, un elogio, più che all’invettiva, alla creatività senza limitazioni.
Bruno Panebarco
Mostra visitata il 27.09.2001
[exibart]
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