Dopo la Krinzinger di Vienna, per la rassegna Tra Est e Ovest Gas guarda aldilà dell’Atlantico, presentando la galleria Atelier 31 di Seattle. Ben 17 gli artisti in mostra, ma per 5 di essi l’attenzione è più approfondita.
Innanzitutto David Rubin (New York, 1978. Vive a Seattle), che per due giorni ha inscenato altrettante performance, concentrandosi con piglio engagé sulla realtà del lavoro, quanto mai afflitta nel capoluogo piemontese. Rubin stesso ha sintetizzato le sue azioni definendole “performance sul sacrificio, la ricompensa, il senso di responsabilità. Questa è la vita”. Ha inoltre presentato alcune fotografie di installazioni, nelle quali egli stesso e altre “comparse” sono letteralmente incorniciate da blocchi lignei, come a fornire effimeri screenshot di impiegati e consumatori.
Il canadese David Pirrie (Vancouver, 1965) riflette pittoricamente su stasi e crollo lavorando su schianti automobilistici o sullo slittamento geologico. La ricerca di Doug Smithenry (Newton, Illinois, 1967. Vive a Chicago), dai toni chagalliani, affianca gli oli su rame e alluminio di Rebecca Raven (Cincinnati, 1974. Vive a Seattle), che presenta deliziose “scatole basculanti” che ammiccano all’immaginario d’inizio XX secolo. La quinta artista è olandese: Rineke Engwerda (Delden, 1974. Vive a Hengelo) recupera con dissacrante ironia certo paesaggismo per innestarvi figure che si rifanno al fumetto giapponese, creando un accattivante cortocircuito visivo e culturale.
Vanno almeno citati i lavori delle due artiste alle estremità anagrafiche della rassegna: Judith Kindler (Buffalo, 1949. Vive a Seattle) con lo scatto Untitled (2004), bambola di pezza fuori fuoco oltre una cortina metallica in primissimo piano; e Alison Katica (Tacoma, 1982. Vive a Seattle), intervenuta con l’emulsione su una fotografia in bianco e nero, sagomando su un nudo femminile di sapore antico la silhouette di una borsetta trendy. In mostra è presente anche l’italiano Mario Ricci (Genazzano, Roma, 1962) con un’eterea composizione Sottotela (2004).
Lo special project di Ferdinando Farina (Palermo, 1974. Vive a Milano e Palermo) coinvolge lo spazio esterno alla galleria con due interventi. Signs of light – Inside Architecture consiste in alcune lastre di plexiglass incise che indagano la struttura foto-topografica della galleria stessa. Art/War/Life impatta invece le vetrine: anche in questo caso si tratta di lastre in plexiglass, illuminate a intermittenza da una luce rossa, che evidenziano la presenza di innumerevoli fori causati da armi da fuoco di diverso calibro. Un effetto notevole per chi le osservi ignaro dall’esterno. Un rimando diretto e radicale alla realtà di violenza e sopraffazione che sempre più caratterizza almeno un emisfero del nostro pianeta.
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