La storia di Nicola De Maria (Foglianise, Benevento, 1954) inizia sul finire degli anni ‘70, quando Bonito Oliva lo coinvolge nell’esperienza della Transavanguardia. Appena un anno dopo è alla “Mostra internazionale dei giovani” curata da A.B.O. e Szeemann in occasione della Biennale. Ma a breve la sua partecipazione al movimento termina. Quella di De Maria è l’astrazione poetica di “uno che scrive poesie con le dita piene di colore”. Così è anche vent’anni dopo negli spazi di Giorgio Persano, suo amico e sodale sin dal ‘77.
I colori lirici evadono dalle tele, dai muri e dalle volte per proiettarsi magicamente all’esterno. Dalle finestre aggettanti sulla piazza si scorge un tripudio lieve di cromìe che richiamano l’attenzione come sirene. Se si volesse ancora rimandare la visita come novelli Ulisse trascinati in un’epopea poetica, si potrebbe giungere in piazza Carlina. Qui De Maria ha inaugurato la nuova opera per la rassegna Luci d’artista, avvolgendo i lampioni con un groviglio, un Regno di fiori: nido cosmico di tutte le anime. E permette di andare al cuore della questione: come si evince dal titolo -peraltro sempre importante nei lavori- la sua poetica è ancestrale. Con mezzi che richiamano i maestri d’un tempo indaga l’animo umano senza invadenza.
Sedotti dal canto, torniamo al confronto con lo spazio della galleria. De Maria invita lo spettatore ad un viaggio immaginifico e brillante. Il mondo onirico nel quale coinvolge è reso possibile da una ventina di lavori del 2004 e da qualche tela più datata. Ma soprattutto colpiscono gli interventi ambientali, che rivestono i muri e finanche le volte della galleria, punteggiati da dipinti piccoli, talora minuscoli rispetto alla portata del lavoro sul quale sono affissi. Blu notte, giallo, rosso, verde e bianco che si rincorrono in forme circolari, in spicchi di luce e in rotazioni solari. Addirittura un piccolo collage contenuto in un portafoto, discreto e tenace nel fronteggiare un wall painting stellato (ma si tratta in realtà di una tela applicata al muro). Anche una batteria viene coinvolta da simboli celesti e una poetica riconoscibilissima si protrae all’indietro nel tempo fino ai due grandi lavori datati 1980-81 e 1982 e a un altro risalente al 1992. “Qui l’avanguardia artistica incontra l’avanguardia esistenziale e il mio lavoro può accendere lo spazio delle anime nell’evocazione di una leggenda d’arte pura e fresca.” dice lui “Sono sempre più soli gli artisti ribelli nella metropoli, ribelli anche verso la ribellione stessa e tutte le finte libertà. Noi siamo l’indomabile espressione di un’arte che invoca e celebra la creazione ed i suoi doni”. Così sia.
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