A guardare le immagini di Doisneau si fa un viaggio a ritroso nel tempo e basta lasciarsi andare appena all’immaginazione, per sentirsene subito coinvolti. Ciò accade perché la realtà ritratta dal grande fotografo francese non è contaminata dall’artificio spesso presente nelle immagini documentaristiche ma è lo specchio fedele della vita di tutti i giorni, di una Parigi viva e impregnata di una certa poesia. Gli scatti delle serie delle banlieues, dei bambini o degli ormai famosi baci tra amanti, che si susseguono sulle pareti della Fondazione, sono il risultato di un bisogno privato, della necessità di ritrarre e di registrare ciò che circonda l’autore, che lo porta ad operare in maniera istintiva, allontanando il suo lavoro da qualsiasi forma di perfezionismo.
Doisneau fotografa cose e posti che, al suo tempo, non interessavano a nessuno, generando immagini senza alcun valore commerciale. La sua è una scelta di vita che lo pone in contrasto con i “signori della cultura ufficiale”, com’egli stesso li definisce, che ritengono la fotografia una forma artistica e professionale dilettantistica mentre egli la ritiene un mestiere dignitoso e libero e per questo si batte.
La naturalezza delle sue immagini è il risultato dell’immergersi completamente nelle realtà ritratte, nelle strade e nelle banlieues – alle quali del resto apparteneva, essendo egli stesso nato in un sobborgo di Parigi – che gli permetteva di trasformarsi, per auto definizione, in un “pescatore d’immagini”.
E’ una fotografia dal volto umano che ci appare negli occhi dei bambini impegnati tra i banchi di scuola e nei giochi di strada, nei baci di amanti appassionati e sognanti o che transita sui viali bagnati di pioggia o nell’espressione pensosa di un solitario gendarme impegnato nella sua ronda notturna.
Quell’attimo unico e irripetibile ritratto in molte delle foto, fa parte dell’urgenza di vivere propria dell’autore, di quello svegliarsi al mattino, come dice Doisneau stesso, con una straordinaria voglia di vedere, di andare. Ma senza allontanarsi troppo perché la magia del fare, l’entusiasmo che l’accompagna, non svaniscano col tempo. “Non credo che si possa vedere intensamente più di due ore al giorno” amava, infatti, ripetere il fotografo francese.
Bruno Panebarco
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