La Galleria Carlina dedica una mostra ad uno dei pittori più significativi apparsi sulla scena artistica nell’Italia del Novecento: per celebrare il centenario della nascita di Enrico Paulucci (Genova, 1901-Torino, 1999), è stata allestita, in collaborazione con lo studio Paulucci Archivi e Documentazione, che ha sede in Piazza Vittorio, una retrospettiva per ripercorrere alcune tappe della sua lunga carriera, dal periodo dei Sei fino agli anni Sessanta.
È immediato associare il nome di Paulucci all’esperienza pittorica dei “Sei di Torino”, il sodalizio nato nel 1929 dalla collaborazione fra lo stesso Paulucci e i torinesi Carlo Levi e Gigi Chessa, l’inglese Jessie Boswell, l’abruzzese Nicola Galante e il sardo di origine piemontese Francesco Menzio. Il gruppo dei Sei, che pure si sciolse soltanto due anni dopo, nel 1931, rappresentò il più importante fenomeno nella pittura piemontese del XX secolo; i dipinti e gli acquerelli dai colori tenui, che ritraggono paesaggi liguri o torinesi, esposti nella prima sala della Galleria, documentano l’attività di Paulucci durante questo periodo. Nel corso degli anni, però, la sua creatività trovò nuovi linguaggi per esprimersi: i soggetti dei suoi quadri persero via via i loro caratteri distintivi, fino a diventare semplici macchie di colore. La seconda sala ci dà un’idea delle opere eseguite da Paulucci nel periodo successivo a quello dei Sei, fino agli anni Sessanta: sono presentati ritratti dai colori squillanti e paesaggi resi quasi irriconoscibili dalla progressiva geometrizzazione.
La caratteristica che meglio contraddistingue la pittura di Paulucci è la particolare sensibilità che l’artista ha sempre avuto per i giochi di colore e di luce, a partire dai lavori giovanili segnati dal naturalismo, fino alle ricerche più vicine all’astrattismo.
Così Luigi Carluccio spiega i tratti salienti dell’opera di Paulucci: “L’elemento di base dell’ispirazione rimane per Paulucci lo spettacolo della Natura, interpretato con un mezzo d’evasione donato dagli dei. Il compito dell’artista diventa simile a quello dell’alchimista: distillare nei lambicchi della tavolozza i colori; ordinare aritmeticamente le formule con i dati di una cultura formalmente preziosa; realizzare infine immagini allusive, capaci di deliziare l’occhio e lo spirito di chi guarda, perché sono stati abilmente individuati, e tradotti in eleganti motivi ornamentali, i luoghi non toccati dalla banalità e dagli assilli dell’esistenza quotidiana”.
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