Una Jungla di falò costruiti con arbusti puntati verso il cielo, nell’attesa di un fuoco liberatore che permetta loro di trasformarsi da tangibile materia a spirito inconsistente ed eterno.
Una giungla immaginaria di arbusti, sistemati in modo da dar vita a decine di torri di Tatlin – il monumento non realizzato alla Terza Internazionale, ideato dall’architetto costruttivista sovietico che da decenni stimola la fantasia d’artisti e architetti – dove lo spettatore è chiamato ad indossare le vesti di un esploratore dell’anima sospeso tra sogno e realtà, tra il mondo infantile del gioco e il mondo adulto della riflessione.
La nuova esposizione del Ciclo Avvistamenti a cura di Alessandra Pace è un omaggio del trentenne artista cubano Kcho ad uno dei quadri più celebri di Wifredo Lam, intitolato appunto La jungla, e conservato al MoMa di New York. Una jungla, quella di Lam (e di Kcho) che si situa in una zona liminale all’interno di uno spazio-tempo nuovo e antico al tempo stesso; lo spazio e il tempo del rituale dove ogni gesto pur essendo uguale a se stesso e ad altri passati è sempre nuovo, magico, unico.
Per Lam un vero quadro doveva avere il potere di stimolare l’immaginazione, “(…) anche se magari ci vuole un po’ di tempo” ed è proprio seguendo quest’asserzione che Kcho ci dona uno spazio in cui perdersi in mille ragionamenti. Uno spazio dove domina il fascino dell’irrealizzabile, proprio come il progetto di Tatlin – un’ enorme struttura elicoidale in acciaio – un’architettura che non ha mai funzionato, una sfida al cielo, più alta della Torre Eiffel, ma che con la sua genialità attrae a sé il pensiero di molti.
Così è anche per l’artista cubano che raccoglie l’energia di un’idea geniale e, come suo solito, attraverso materiali fragili e deteriorabili – alla Biennale di Venezia del ’99, costruì battelli immaginari composti da sedie, a ricordare le zattere fatte dai bambini con materiali di recupero – riporta in vita lo scheletro della maquette di Tatlin che si sviluppa nelle figura metaforiche di Lam. Lavori dalla vocazione alla verticalità che in Kcho si spinge oltre, fino a quella sensazione terribilmente affascinante di vertigine.
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