Il lavoro di uno scenografo è assai difficile da mostrare, soprattutto quando lavora con la luce, i suoni, e gioca con i visitatori dei suoi allestimenti portandoli all’esplorazione di luoghi inattesi, talvolta ricchi di stimoli percettivi, talvolta astratti al limite dell’ermetico.
La piccola mostra al Centre è allestita ironicamente dallo stesso autore che si diverte a mescolare immagini e disegni (tra cui schizzi giovanili di automobili e ritratti fotografici semiseri), accompagnati da didascalie buffe che commentano anche il percorso attraverso le opere maggiori.
Confino, nato in Svizzera nel 1945, è scenografo particolare, con una formazione politecnica a Zurigo, lavori a New York con il gruppo Haus Rucker, alcune architetture in Francia negli anni Ottanta, opere giocate su contrapposizioni volumetriche di solidi rivestiti in materiali differenti. La sua fortuna di scenografo nasce con una serie di grandi esposizioni parigine che hanno lasciato il segno per la capacità di coinvolgimento degli spettatori, rendendo molto labile il confine tra allestimento e scenografia teatrale.
Archéologie de la Ville (1977), realizzata per l’inaugurazione del Centre Pompidou, conduce il visitatore in uno spazio astratto, diviso da setti paralleli di metallo arrugginito tra i quali si rinvengono, sotto vetro, gli oggetti della vita quotidiana del nostro tempo. Paris Sonore (1983-84) è una traversata attraverso installazioni per mostrare che la città può essere “silenziosa, sonora, musicale, rumoreggiante, armoniosa, cacofonica”, e che “le parole non possono esprimere quello che l’orecchio può vedere”. Le temps, vite (2000) è una riflessione sul trascorrere del tempo e sui modi di impiegarlo, con immagini che affiorano da una scenografia lattiginosa “come una bruma sottile”.
La mostra documenta questi lavori attraverso fotografie dell’opera realizzata (invero un po’ piccole) e collages di studio fitti di oggetti e colori, ridondanti al limite del barocco, con la forza visiva di scenografie da teatro dell’opera: immagini che riescono a trasmettere l’abilità di Confino nel trasportare i visitatori in luoghi ricchi di stimoli sensoriali. Un tratto giocoso che emerge nelle numerose mostre sul cinema, tema principe affrontato in numerose occasioni in giro per il mondo, a partire da Cités-Cinés (Parigi, 1987), una Cinecittà di scenografie, “città effimera e illusoria (…) costruita come uno show” che cambia ad ogni angolo, con proiezioni, effetti visivi e sonori che cercano di “inghiottire gli spettatori al di là dello schermo, alla frontiera della fiction”.
Inevitabile a questo punto una visita al Museo Nazionale del Cinema torinese, inaugurato la scorsa estate all’interno della Mole antonelliana: dopo la visione di alcuni disegni di studio presenti nella mostra, il museo è l’occasione per sperimentare, tridimensionalmente, la capacità di coinvolgimento delle opere di Confino.
Luca Barello
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