La personale di Alessandro Sarra (Roma, 1966) allestita nel minucolo spazio di Nicola Maria Bramante, è semplicemente notevole. Questa in estrema sintesi la valutazione in primo luogo della scelta operata dal gallerista, che da circa un anno ha deciso di aprire nel Borgo Nuovo, la zona “storica” delle gallerie torinesi, pochi metri quadri che necessitano ovviamente di un continuo ripensamento. Infatti, oltre ad essere uno spazio calpestabile, la sua conformazione permette di proporsi (quasi) integralmente visibile dall’esterno. Di fatto una vetrina fruibile in permanenza. Aldilà di questi aspetti che appartengono alla galleria in quanto concrezione architettonica, uno spazio tanto atipico pone ogni artista di fronte alla necessità di elaborare un allestimento ad hoc, che assai spesso diviene un’autentica operazione site specific.
Questo è successo anche per la personale dell’artista romano. Sarra ha dunque lavorato sullo spazio specifico, ma non solo in quanto galleria. Si è confrontato con Torino –in maniera simile a quanto fa in questi stessi giorni Lincoln da Guido Costa, proprio con una sinfonia torinese– e in particolare con il re leone, una delle figure più rilevanti dell’arte italiana di questo secolo, Mario Merz. Ma sicuramente non si tratta di una celebrazione lugubre o sottomessa. E lo si evince sin dal titolo della mostra, che evoca un ridente luogo per danzare.
Così, la curatrice Emanuela Nobile Mino esordisce nel suo testo citando una folgorante frase di Rouget, secondo cui “Danzare vuol dire inscrivere la musica nello spazio”. In questo modo, l’artista stravolge l’ambiente, confondendone gli angusti confini grazie ad un pavimento riflettente e all’aria rosata che vi aleggia. Ma questo è solo uno degli elementi del suo intervento. Il secondo, fondamentale, è lo sviluppo di un segno che si dipana sulla parete. Si tratta della versione artistica di quello che Austin chiama atto linguistico performativo. In altre parole, quello svolgersi segnico è im-mediato -aldilà della presunta funzione filtrante del linguaggio- ossia è immediatamente azione. Ora, ponendo gli elementi della danza e del segno da un lato, e quello dei lavori nelle teche dall’altro, si può elaborare un ulteriore livello di lettura, in un’esponenziale complessità. Questo è un aspetto che si richiama esplicitamente al poverismo, nel senso che con sedicenti materiali “poveri” si sviluppa un discorso che è assai ricco dal punto di vista poetico-teorico.
Un omaggio, dunque, che gode di un’autonomia stilistica evidente, ma che non nega a sé stesso l’acquisizione di un’eredità che è fondamentale per l’arte contemporanea.
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marco enrico giacomelli
mostra visitata il 25 settembre 2004
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