Attraverso una cinquantina di opere tra olii, carte e collages, l’antologica ripercorre i tratti salienti della vicenda umana ed artistica di Piero Martina (Torino, 1912-1982), esponente di spicco della cosiddetta generazione di mezzo, nonché docente all’Accademia Albertina di Belle Arti a partire dal 1970 e direttore della stessa dal ’73 al ’78.
Incentrate sulla figura umana, nella prima sezione campeggiano le grandi tele appartenenti ai cicli Nudi nella vigna e Nudi distesi, in parte esposte alla Biennale di Venezia del ’62. A ricordare il periodo compositivo governato dalle pregnanti stratificazioni materiche e cromatiche, compreso tra i primi anni Sessanta e il decennio successivo, sono presenti anche i collages di carte colorate con inserti a tempera e gesso (Nudi che rissano, 1963; Nudi gialli, 1961).
Una vera e propria galleria di ritratti, poi, dischiude l’universo affettivo che gravita attorno a Martina, raccogliendo lavori dedicati alla moglie e alle figlie (Il pittore e le figlie, 1958; Le figlie in maschera, 1963), o agli artisti con i quali egli stringe legami d’amicizia. Da uno sfondo rosso acceso, in Ritratto di un amico (1967) emerge la fisionomia del pittore Tabusso, nel riuscito tentativo dell’autore di rivisitare, attraverso un esasperato cromatismo, lo schema de La camera del collezionista, suo dipinto del ’40 vincitore del Premio Bergamo.
Tra le altre personalità dell’epoca si riconoscono Vincenzo Ciaffi, con il quale, nell’immediato dopoguerra, Martina collabora all’allestimento degli spettacoli teatrali Nozze di sangue di Garcia Lorca e Woyzeck di Buchner, e Carlo Levi, che lo presenta nel 1938 alla sua prima personale a Genova. Proprio la lunga frequentazione con quest’ultimo si fa emblematica della stagione iniziale della sua pittura, legata all’esperienza dei Sei di Torino.
Una sezione a parte, seppur breve, fornisce traccia del rapporto di affetto e stima che lega Martina a Carlo Mollino. A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, infatti, lo studio dell’artista diviene l’ambientazione ideale per una serie di scatti del celebre fotografo ed architetto. La proficua interazione tra i due è suggerita dalla fotografia intitolata –citando il Carrà metafisico– La camera incantata (1942 ca), immagine strettamente raffrontabile alla natura morta Rose e conchiglie, del medesimo anno. Sempre per opera di Mollino, un Martina dal fare un po’ decadente, assolutamente bohemien, è immortalato più volte nel suo suggestivo atelier (Lo studio di Piero Martina, 1937-1942).
Tra i collages di maggior potere evocativo spicca La Danae (1966), lavoro in cui i tratti in gesso, energici ed impazienti, marcano i contorni della figura femminile in nero. Un’opera intensa, quest’ultima, alla quale Eugenio Montale sembra in parte ispirarsi, riferendosi alla produzione della maturità dell’artista, giacché allude ad una metamorfosi che “non riguarda solo le figure umane, le sue ninfe, le sue Danae, ma tramuta le foglie in zecchini d’oro, i pesci in nobilmente mostruosi antenati nostri, […] il sole in un’occhiaia, vuota, incolore, che scocca qualche gocciola di acceso carminio”.
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sonia gallesio
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