Secondo Luigi Stoisa (Selvaggio di Giaveno, Torino, 1959) “l’unica cosa permanente nella vita sono i cambiamenti”. Non a caso la retrospettiva allestita nei suggestivi spazi della Cavallerizza Reale è dedicata al tema delle mutazioni e al trascorrere del tempo.
L’artista è pienamente consapevole della fragilità umana, della transitorietà di ogni stato materico ed esistenziale. Senza perdere la fiducia nella vita, traduce l’inquietudine che ne permea ogni strato: per questo molte delle sue opere rimandano ad una realtà sospesa, interrotta, sfuggente. Lo stesso autore scrive: “Non finire, non chiudere, non terminare, non completare, non identificare. Non vuol dire non” (Non,
In Legami protesi, ad esempio, uno dei cinque giganteschi aghi in alluminio le cui sommità sono costituite da teste deformate e urlanti, è sospeso al centro della sala con la punta rivolta verso il basso. Stoisa passa regolarmente a moduli espressivi difformi, apparentemente antitetici: la sua ricerca individuale è tesa proprio a far coesistere posizioni opposte o comunque differenti. Nonostante siano oggettivamente dissimili, i suoi lavori presentano svariati punti in comune. In mostra la presenza della figura umana è costante, sia in qualità di singolo individuo, che di coppia o gruppo. Corpi e sagome si rintracciano ovunque, rappresentati per mezzo di sculture in ceramica, ma anche sottoforma di fregio sulla superficie dei vasi costituenti Dalla terra, o in Guglia – dove decine di volti affiorano dalla creta umida che discende fino al pavimento. Per Stoisa la pittura è uno strumento basilare, tuttavia è quasi immediato riscontrare nella sua produzione una concezione
Nel suo contributo critico alla mostra, Lisa Parola scrive: “Se la pittura è il punto di partenza è altrettanto vero che questa non si ferma alla rappresentazione, ma si apre verso un oltre, un ciò a cui si guarda: memorie ed oblii, tracce e cancellazioni che di continuo si ricompongono in un nuovo equilibrio”. In svariati casi, poi, il colore steso in principio viene parzialmente asportato. Proprio grazie ad un procedimento di rimozione, nei due dipinti intitolati Cavalieri il movimento energico e tempestoso delle figure emerge dal fondo nero di catrame, così come nei toccanti busti in ceramica la fisicità dolorosa della carne acquista consistenza, diventa palpabile (Presenza, 2002). Oltre a sfruttare le tecniche e i materiali più diversi, spesso Stoisa impiega e riscatta oggetti di recupero. Come nel caso delle due acquasantiere incomplete utilizzate ne Il saluto, di foggia antica e in marmo bianco di Carrara, o del tino nel quale suo padre pigiava l’uva, servito per Noi nel rosso assoluto.
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