Artista poliedrico e indipendente, H.H. Lim (Malaysia, 1954; vive a Roma) presenta per la galleria torinese -così simile alla sua Edicola Notte, il piccolo spazio romano di Trastevere che Lim da anni offre ad artisti italiani e stranieri- un’unica opera. In Parole Project Lim s’interroga ancora una volta sul tema della comunicazione e del linguaggio.
Il lavoro consiste in un’installazione, Thé: un wall drawing che corre lungo tutte le pareti, in cui sono disegnati con un gesso rosso una serie di autoritratti dell’artista, colto nell’atto di esprimersi a gesti, con il linguaggio dei sordomuti. A completare l’installazione, nell’angolo, una tavola, in cui il linguaggio dei segni è accompagnato da una spiegazione verbale dell’immagine. Una frase, incisa in ordine inverso, come vista allo specchio, induce lo spettatore a fermarsi, lo obbliga a decifrare ciò che vede scritto, scoprendo che ciò che legge altro non è che la spiegazione della procedura gestuale raffigurata. La parola scritta appare dunque superflua ed inutile, molto più complicata da decodificare rispetto all’immediatezza e alla velocità comunicativa dell’immagine. La dissonanza tra ciò che si vede e ciò che si legge è il simbolo dell’ambiguità della parola stessa e dei legami che questa instaura con la sua rappresentazione visiva.
Il linguaggio dei sordomuti, in quanto “parola compresa con gli occhi”, rappresenta la fusione tra parola ed immagine, il connubio ideale di un linguaggio verbale espresso nei modi di quello visivo, fruibile e potenzialmente praticabile da chiunque. Il percorso artistico di Lim da anni ruota intorno al tema della comunicazione, intesa come esplorazione della parola e dei linguaggi, indipendentemente dalla loro tipologia. L’indagine è volta a superare le differenze culturali, geografiche e sociali, ad oltrepassare l’incomunicabilità e la difficoltà di
L’esplicito richiamo autobiografico aggiunge una dimensione sociale alla tematica linguistica e comunicativa. L’incrocio culturale e l’intreccio tra Oriente ed Occidente, come dimostra la biografia stessa di Lim, le cui origini collegano Cina, Malaysia e Italia, possono portare alla perdita di un’identità specifica e all’isolamento. Le differenze culturali e i limiti linguistici si manifestano inevitabilmente nell’incomunicabilità tra gli individui e in un blocco linguistico a volte insuperabile. Il dominio di stampo occidentale della parola scritta su ogni altra forma linguistica diventa per Lim stimolo e forza creatrice. Come spiega l’artista, “le immagini come la luce vengono prima dei suoni”. Mentre i disegni a parete effettivamente riescono a dialogare con lo spettatore, il quadro, mettendo ironicamente a confronto testo ed immagine, significato e significante, sfrutta la dissonanza tra lingua ed immagine e rivela l’ambiguità insita nel contraddittorio legame tra le parole e la rappresentazione.
Il rovesciamento continuo della scrittura e dell’ordine logico che la sottende rappresenta una possibilità di riscatto di un’arte che è essenzialmente comunicazione, in cui, così come avviene nelle sue azioni performative, l’esistere stesso della parola scritta non è più predominante, ma convive con altre forme d’espressione.
ilaria porotto
mostra visitata il 16 maggio 2006
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