Un guardiano innaffia un’opera che occupa –e ossigena– la grande sala ad arcate del Filatoio. È luglio, nessuno osa sfidare la calura dei mesi estivi per avventurarsi in un pomeriggio culturale lontano dai circuiti più battuti. Errore di valutazione: la natura all’esterno (la “natura naturale”) è rigenerata da una pioggia provvidenziale, mentre quella all’interno (la “natura artificiale”) è protetta da muri spessi che trattengono il fresco dell’ombra. Le nuove sale della sede del Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee sembrano fatte apposta per le creazioni di Giuseppe Penone (Garessio, 1947; vive a Parigi e Torino). Immediatamente ci si chiede se siano state realizzate site specific o se, semplicemente, il fato abbia fatto incontrare sito e opera con l’intento di creare una simbiosi perfetta tra installazione e architettura, arte e ambiente. In realtà, è il volere di un curatore, Andrea Busto (direttore del Centro), a dare origine a questa sinergia tra cinque opere di uno degli artisti che ha partecipato con successo internazionale alla stagione dell’Arte Povera e lo spazio pulito, ma mai neutro, del Filatoio.
Propagazione dello sguardo (1997), l’opera “innaffiata” dal guardiano all’entrata in mostra, misura 8 metri circa, è viva e in trasformazione, composta da un tronco in cristallo posato su vasi di piante (oggi lecci, ma altrove ulivi). È un perfetto esempio della declinazione dell’Arte Povera e dello scarto verso la Land Art che compie Penone: ponendo in relazione il tempo (artificiale) dell’uomo con il tempo (naturale) della natura, l’opera diventa un “prolungamento sensoriale dei pensieri”, dice Maddalena Disch, che lo spettatore rivive in un contesto nuovo. È l’energia della vita al suo stato elementare che accomuna natura e uomo a creare un cortocircuito tra la parte “vegetale” dell’essere umano e quella “antropomorfizzata” della natura.
Il risultato, l’opera, sintetizza in una nuova dimensione né umana né naturale la Propagazione dello sguardo, la poesia inarrivabile e romantica della natura e quella fittizia e fenomenica dell’uomo. “Un albero è strutturato come un romanzo e i particolari delle sue forme successive anticipano la sua forma finale, di cui concede un’intuizione, ma non il segreto”: nel suo testo che chiosa la mostra, Didier Semin illustra l’inganno del trompe-l’oeil con cui l’arte ha sempre, inevitabilmente, giocato. Penone trasforma l’illusorio dell’arte in espediente dichiarato: Respirare l’ombra (1987) è un gioco straordinario tra creazione e creato, in cui una sottile figura composta di foglie di bronzo si confonde tra le foglie vere dei cespugli. Il segreto è inconsistente e reale quanto l’ombra del sole: l’Ombra del bronzo (2002) è il tempo che scorre relativo fermato da un artificio che si vuole naturale (l’opera è infatti il calco di un tronco spoglio alto 18 metri, nel cui interno germoglia una piccola pianta d’alloro che fa eco all’anima dell’albero posta a fianco, in un gioco divertente e profondo di sproporzioni e rinvii).
Gli Alberi, a cui Penone lavora dagli anni Sessanta, non fanno che ribadire il contatto continuo tra il tempo e le cose, di come la geometria artefatta a cui può giungere l’uomo non sostituirà mai la spontaneità diramata della proliferazione naturale.
Gli Alberi esposti a Caraglio sono tronchi che nascono da sé stessi: Penone li intaglia alla base creando un piedistallo e poi segue gli anelli di crescita dei nodi fino a forgiare una nuova scultura a forma d’albero.
Una bellezza intuita e sentita ma anche cercata e concepita; opere che esprimono la preziosa libertà dell’uomo di modificare il creato e un animismo totalmente panico, in cui l’essere umano non è che un accidente relativo.
emanuela genesio
mostra vista il 30 luglio 2006
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