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L’arte della scienza. A Torino

di - 29 Gennaio 2004

A Torino il Progetto Science Center ha visto la luce sei anni fa. Non dispone ancora di una sede fisica, anche perché la richiesta –certo basata su attente valutazioni– si aggira come “ipotesi di base” intorno ai 12.000 metri quadri. Ma in fondo non è stato un grave disvalore. Perché il progetto ha continuato a svilupparsi e rendersi visibile con presenze e iniziative di grande richiamo.
Il cardine teorico del Progetto consiste nell’evitare di ripetere il modello obsoleto del classico Museo della Scienza e della Tecnica. Si tratta di proporre una struttura dinamica, che superi la “barriera museale”, non solo per tutelare la memoria scientifica, ma anche per divulgare le nuove frontiere della tecno-scienza. Tutto questo avvalendosi di un approccio multi-disciplinare, che coinvolga ambiti di ricerca solitamente distinti da quello scientifico. In quest’ottica, un’attenzione particolare è rivolta al nesso arte-scienza-tecnologia. “Vuol dire arte e scienza, dove si incontrano, come procedono in un percorso parallelo”, si legge nell’ultimo resoconto del Progetto. Il pensiero va immediatamente a esperienze simili e foriere di notevoli risultati, come lo Zkm di Karlsruhe in Germania.
Il modello dello Science Center ha d’altronde una storia già affermata: nasce negli anni Sessanta –l’Exploratorium di San Francisco è stato aperto nel 1969– e ha mirato sin dall’inizio a modificare il rapporto con lo spettatore, che diviene fruitore di installazioni interattive. Nello stesso senso, le collezioni storiche vengono sostituite dagli exhibit, gli allestimenti cronologici da isole tematiche. Insomma, come sottolinea Chiara Mancinelli, si punta all’edutainment . Anche in questo caso, i modelli di riferimento non mancano: basti pensare alla Villette a Parigi.
La prima mostra pubblica legata al Progetto si è svolta nel 2001 ed era intitolata Next: bit, dna e sonde spaziali. Telematica, nuova biologia e ricerca spaziale. Fra le iniziative che guardano con maggior interesse al nesso con le arti visive, l’esposizione DNA: Arti e Scienze alle soglie della vita, che si svolgerà a partire dal prossimo febbraio, organizzata in collaborazione con la Scuola per le Biotecnologie dell’Università di Torino e il Comitato Progetto Arslab, coordinato dall’artista Piero Gilardi (Torino 1942). L’evento è stato preceduto da un convegno, ideato dal medesimo trio di enti nel maggio 2002.
Il lavoro di Gilardi è d’altronde da decenni legato a una ricezione critica del progresso tecnologico. Egli tenta di interpretare al meglio le valenze dell’ecologia e della tecnologia, della vita e della tecno-scienza, non tanto per immaginarne un’utopica coniugazione, quanto per evidenziarne le differenze e perciò le molteplici possibilità di arricchimento reciproco. Dunque, né tecnomanìa né tecnofobìa. Un approccio che risultava palese nella performance interattiva Mitopoiesis, presentata a metà ottobre al Teatrotenda Ponte Mosca dal collettivo Bioarti composto dal gruppo di danza Arkè, la Scuola per le Biotecnologie dell’Università di Torino e il Gruppo di discussione sull’Io virtuale coordinato da Gilardi. La sinergia di queste componenti –al quale però il Progetto non ha partecipato, ancora ci si chiede perché– ha dato vita a uno spettacolo in cui alla sinuosità dei corpi in movimento, alla computer art e all’interazione col pubblico, tramite raggi laser da direzionare sullo schermo, era affidata la sorte di un tessuto umano simulato. Una maniera accattivante di divulgare e non semplificare le questioni scientifiche ed etiche legate alla clonazione terapeutica e alle cellule staminali.
Ma l’evento più importante di questi ultimi mesi è la grande retrospettiva, da poco conclusasi, dedicata a un altro piemontese: Piero Fogliati (Canelli, Asti 1930. Vive e lavora a Torino). Un artista che ha dedicato la propria maturità all’intreccio fra arte e scienza, costruendo macchine gioiose e fiabesche che sono meravigliosi esempi di applicazioni in materia di fenomenologia della percezione e psicologia cognitiva. I protagonisti delle sue opere non sono però le macchine –il suo è un neofuturismo peculiarissimo–, ma gli elementi naturali e lo spettatore, autenticamente complementare all’opera. Così la luce bianca, grazie agli involontari movimenti saccadici dell’occhio, si trasforma in figure fantasmatiche (Edicola delle apparizioni, 1985-86) o arcobaleni fluttuanti (Svolazzatore cromocangiante, 1967), i rumori divengono un suono continuo e ambientale (Ermeneuti, 1968), le macchine prendono vita (Macchina che respira, 1990). Le sue opere sono la riduzione in dimensione espositiva di un grande e utopico (ma realizzabile) progetto di Città fantastica, ove i cieli sono decorati, il vento scolpito, la pioggia colorata, i fiumi e i laghi risuonano… Una dimensione lirica e immateriale che si avvale della scienza e della tecnica, però con un piglio volutamente artigianale e umano.
“Qui la tecnica […] agisce come rivelatore poetico del reale”, scriveva Claude Faure nel 1992. Anche questa è un’utopia?

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“Banquete”, mostra itinerante co-prodotta dallo Zkm
Science Centers in Italia, un resoconto del 2001
Arte e scienza in mostra a Firenze, 2002
link correlati
L’Exploratorium di San Francisco
La Città della scienza a Napoli
Il Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe
Il Parc de la Villette a Parigi
Il sito di Arslab

marco enrico giacomelli


Progetto Science Center
Via Bertola, 34 – 10122 Torino
scenter@provincia.torino.it; www.torinoscienza.it
Responsabile: Patrizia Picchi
Coordinatore: Chiara Mancinelli
Ufficio Stampa: Sara Buosi

Il libro-catalogo della mostra di Piero Fogliati è edito da Hopefulmonster (Torino 2003, bilingue italiano-inglese), euro 25, con testi di Piero Bianucci, Jasia Reichardt, Alessandro Trabucco, Marisa Vescovo, Lara Vinca-Masini, un’antologia critica e alcune dichiarazioni dell’artista

[exibart]

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