Almeno per alcuni critici, questa attituduine estremamente poliedrica, ha voluto infatti significare una scarsa personalità propria. In verità, l’arte di Moses Levy, è arte vera.
Un’arte che si nutre di stimoli diversi -è indubbio- ma capace di filtrarli attraverso una sensibilità autentica e di solida impostazione personale.
Estremamente recettivo, Moses Levy conosce e pratica artisti e filoni, prenedendo da ognuno suggestioni e suggerimenti, ma rimamendo sempre fedele, ad una cifra stilistica propria. Anche dal punto di vista degli ideali politici che stanno dietro la cerazione dell’artista, Moses si distingue da amici e contemporanei con cui ebbe frequentazioni e comunanze nella prima parte della sua esperienza. E’ il caso ad esempio del socialismo anarcoide de Viani, o del futuruismo di Primo Conti.
Quando durante il «Ventennio» tutti in Italia erano alla ricerca dell’italianità pura, Levy si volge al mondo parigino; a Modigliani a Derain; soprattutto ai Fauves (Matisese, Dufy, Rouault).
Negli anni trascorsi a Montparnasse (1928-1939) Levy avverte la presenza carismatica di Kandinsky e sperimenta anche l’astrazionismo. Per poi ritornare alla drammaticità espressiva del dopoguerra.
La mostra degli Uffizi è stata resa possibile grazie alla donazione assai generosa effettuata dagli eredi dell’artista Tunisino-Viareggino.
Raccolgie più di 200 opere e dà un campionario completo della vicenda esistenziale ed artistica di Moses.
L’esposizione è aperta dalle 8 e 30 alle 13 e 30 tutti i giorni tranne il lunedì
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