Jaume Plensa e Fabrizio Corneli hanno inaugurato la rassegna. Due artisti portatori di un segno forte e deciso, segno che esprime l’alta qualità della proposta culturale.
Nell’installazione di Plensa, Freud’s children, esposta nel salone di villa Carducci Pandolfini, l’artista ha saputo coniugare tecniche tradizionali con materiali altamente innovativi ritrovando quella sensibilità originaria e quelle sue radici legate alla civiltà africana. Il risultato è di un’intensità tragica. Il silenzio e il buio avvolgono l’opera, si entra in pochi e con una piccola torcia in mano. Subito colpisce il delicato gocciolio d’acqua, in un secondo momento il fascio di luce viene attratto verso la fonte del suono. Mani diafane atteggiate a contenitori protettivi non trattengono l’acqua che scivola su di esse e le deterge. Catarsi come ricongiungimento alla propria memoria, all’invisibile. E maschere di volti strazianti e straziati. Occhi vitrei, carichi di rancore fissano punti diversi. Non trovano soluzioni alla disperazione e
Uscire dalla stanza è difficile, soprattutto è difficile affrontare le altre opere, perché Plensa ha messo alla prova forti turbamenti, ha scardinato i sentimenti. Dobbiamo ricomporli, darci di nuovo una facciata nel tratto di strada che ci conduce al Chiostro di Villa Vogel dove troviamo l’altra opera dell’artista catalano: Dream Desire. Significato intenso anche nei due grandi gong metallici incisi, appesi al centro dello spazio espositivo. Si fronteggiano, si offrono alla percussione del pubblico, emettono suoni roboanti, creano risonanza, saturano completamente l’ambiente interno e l’esterno circostante.
Con il buio ci avviciniamo all’opera di Fabrizio Corneli collocata sulla facciata della villa e visibile dopo il tramonto. Tutt’altra atmosfera, delicata e poetica. Qualcosa appare sul muro man mano che avanza l’oscurità. Dapprima pochi particolari non decifrabili, poi luci ed ombre interagiscono in perfetta sinergia delineando la figura particolareggiata del Grande volante VIII. L’artista, con la sua tecnica personalissima e raffinata, crea profili di figure librate nella notte come immagini oniriche. Fa vibrare le corde del sogno. L’opera è perfetta, studiata, scientifica, e ci tornano in mente le sue parole: Se mi chiedo il perché della scelta nel mio lavoro di un medium in parte atipico come la luce, posso trovare molte ragioni razionali o teoriche, ma alla base rimane un’istintiva fascinazione che va al di là di qualsiasi teoria.
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Daniela Cresti
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