E’ un insolito e provocatorio viaggio nel fare dell’artista quello che Renzo Margonari propone nella sua personale alla Galleria Peccolo di Livorno. Nella rosa di dipinti degli ultimi dieci anni il processo contraddittorio del pensiero/mano vaga in libertà nei campi marginali dell’esplorazione senza scopi precisi. Ogni quadro, mero universo in sé, esibisce con ironica irriverenza la mancanza di finalità spiegabili a parole della pittura, riuscendo, tuttavia, ad arricchire l’intimo dialogo tra autore e spettatore. «I due», spiega Lucio Pozzi, che introduce il lavoro di Margonari nel catalogo della mostra, «non hanno più niente in comune ma, capendo Roma per toma, attraverso lo sguardo si stimolano la mente nel flusso della vita. Col sorriso innocente di un demone seduttore, Renzo, si scaraventa da donchisciotte nel nostro sguardo e prima che ce ne siamo accorti se n’è già andato.
Eppure, poi, non vi è più modo di liberarsene. La sua pittura, carica di quella che io chiamo “questicità”, in contrapposizione alla “qualsiasicità”, è, in realtà, un vero problema per lo spettatore affrettato di oggi, perché ti obbliga a guardare». Per Margonari il ritrovarsi cosciente nel “qui e adesso” è la dimostrazione tangibile di un’esistenza spesa nel pieno della potenza vitale senza disperdersi in generalità. Tutta la sua opera, del resto, è imperniata nella volontà di aggiornamento della voce surrealista con una costante verifica dei termini estremi dell’automatismo bretoniano producendo immagini esplosive, di grande energia.
Silvia Fierabracci
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Mamma che brutti!!!
Se ti piacessero qui saremmo tutti molto preoccupati