La profonda crisi dell’arte che ha investito l’Europa tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta non è una corrente, né tanto meno una moda. Da questo momento l’artista esiste perché produce un prodotto: non dice cosa voglia o debba fare nel mondo, dovrà essere il mondo a dare il giusto senso a ciò che ha creato. Le esperienze artistiche delle principali città europee sono legate tra loro dall’abbandono –talvolta rifiuto- del gesto pittorico: Il Ponte ha raccolto le opere di ventiquattro artisti che hanno lavorato tra Parigi, Roma e Londra in un continuo scambio culturale. Nella capitale francese il movimento del Nouveau Réalisme non limita o impegna i suoi componenti che, come ha affermato Pierre Restany, considerano il mondo come un quadro, la grande opera fondamentale di cui si appropriano certi frammenti dotati di significato universale. César, Christo, Francois Dufrêne, Daniel Spoerri, Jacques Villeglé e Alain Jacquet non intendono più l’arte come un discorso inquadrabile in una filosofia o in una specifica poetica: adesso è la totale negazione delle componenti esistenziali o introspettive ad avere la priorità assoluta.
Nei due Senza titolo di Arman le carte da gioco o le matite colorate -oggetti direttamente prelevati dall’esterno– diventano opera grazie alla loro semplice presenza. All’artista non interessa conoscerla, ma appropriarsene. Il fare pittura si identifica con un atto demistificatore nei confronti non solo dell’arte, ma anche verso tutto ciò che per la società ha un valore pur essendo effimero. Per questo in Nei secoli fedeli del ‘64 Raymond Hains applica alle immagini dei cartelloni pubblicitari un processo di décollage simile a quello di Mimmo Rotella: annulla la loro inconsistenza e precarietà con il gesto dello strappo, appropriandosi della materia con la sua distruzione. Londra è animata dagli artisti iscritti al Royal College e identificati come appartenenti alla Pop Art: Peter Phillps, Loe Tilson, Richard Smith, Allen Jones, Peter Blake, Richard Hamilton, Gilbert & Gorge. In questi anni David Hockney acquista la sua prima Nikon, per realizzare i collage fotografici alla maniera cubista -come Paul explaining pictures to Mie Kakigahava– che lo accompagneranno poi per tutti gli anni ’80. Tano Festa, Renato Mambor, Franco Angeli e Mario
marta casati
mostra visitata il 17 febbraio 2004
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