Ancora Thayaht, l’irregolare. A scaldare una stagione di ridestata fortuna critica, insieme alla retrospettiva del Mart di Rovereto, ecco un’altra mostra nel cuore museologico della Firenze in cui visse Ernesto Michaelles (1893-1959), in arte Thayaht, insieme al fratello Ruggero Alfredo (1898-1976) detto Ram.
L’attuale rivalutazione ripara in parte una certa miopia che per tanti anni riservò a Thayaht, maggiore dei due per arte ed età, soltanto un ruolo ai margini del Futurismo. Il fuori regola, periferico Thayaht; futurista per improprietà. A tale reticenza sembra seguire una riconsiderazione delle più ampie escursioni creative del fiorentino che non gli risparmia aggettivi. Eccentrico ed eclettico pittore, scultore, orafo, stilista, scenografo e protodesigner. Di un “estetismo quasi superstizioso”, dall’“espressione genuina di un dandismo tutto naturale”, nel ricordo di Antonio Maraini. Thayaht inventore, artifex e artista totale.
Della sua onnivora creatività sono testimoni le 140 carte esposte. I bozzetti per le scenografie dell’Aida del 1924, i costumi teatrali e gli elementi di arredo. E ancora, i modelli per i “calzari e calzilli: copripiedi di vario taglio, tessuto a maglia, da portarsi senza giarrettiera”, che insieme al toraco -maglietta senza maniche- e al camitto -sorta di camicia anti-inceppante– erano i fondamenti del manifesto per la trasformazione dell’abbigliamento maschile ad opera dei due fratelli.
Ma la chiave esegetica dei curatori torna a ruotare intorno al rapporto tra l’artista -e la sua eterodossia- e il movimento Futurista, con l’intenzione di sbilanciarne ancora i termini.
Fino a rivendicare l’appartenenza di Thayaht, per formazione e vocazione di spirito, ad un clima che ben più che al Futurismo è da ricondurre entro l’ambito modernistico dell’Art Nouveau, e dello stile Déco. Per considerare infine un “Thayaht Déco con una sostanziale e importante liason futurista e non viceversa” (Mauro Pratesi 2005).
Così, gli interventi in catalogo richiamano la pronunciata aristocraticità culturale propria della Firenze di inizio secolo; la Parigi negli anni Dieci e la raffinata casa di moda di Madeleine Vionnet con la sua Gazette du Bon Ton presso cui Thayaht lavorò, entrando in contatto con i Balletti Russi di Sergej Djagilev, dai quali si data in genere un inizio precoce della stagione Déco.
Un’adesione piena e cosciente al Futurismo avveniva solo nel ‘29, così come del resto quella al fascismo, ben più controversa di quanto si è soliti dire. Se non un equivoco, certo un’accelerazione di intenti, favorita più da Marinetti, determinò ad esempio l’adozione di una testa-scultura diversamente concepita da Thayhat, come vero e proprio ritratto di Mussolini.
Se di Thayaht comunque emerge la maniera orgogliosa, l’aristocratica sicurezza nel fare,
più esitante e peregrina, sembra la ricerca sviluppata dal fratello Ram. Quel “certo nomadismo stilistico di Ram” (Enrico Crispolti) che lo portò a cercarsi dentro le lezioni di maestri del Novecento come Felice Casorati, e a vivere una sua stagione neometafisica che in molti disegni esposti sembra desunta soprattutto da Giorgio de Chirico.
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