Il tesoro delle gioie dei Medici è perduto. Per complesse ragioni storiche e talvolta per mero valore venale. I gioielli più preziosi sono stati spesso fusi per renderli monetizzabili o per creare nuovi gioielli più in voga; altri ancora – nonostante gli accurati elenchi stilati per volontà dell’Elettrice Palatina – sono stati portati a Vienna in epoca lorenese. La vicenda più avventurosa riguarda forse il diamante detto Fiorentino, acquistato nel 1602, portato a Vienna e montato su corone e fermagli: fu sottratto dell’imperatore d’Austria nel 1919 e sparì, circondato da un alone di leggenda anche per quanto riguarda le dimensioni (circa 138 carati!). In mostra se ne vede una copia.
Il sottotitolo della mostra, dal vero e in ritratto, non deve dunque indurre il visitatore ad aspettarsi un parallelismo perfetto tra immagini e oggetti esposti. Restano gioielli di minor pregio, in cui prevale l’aspetto creativo, artigianale o bizzarro, mentre i ritratti sono la testimonianza di uno sfarzo straordinario, di ricchezza e di mode antiche.
La visibilità di anelli, spille e pendenti è amplificata dalla presentazione, scandita dalla successione delle varie epoche storiche, e l’uso dei singoli oggetti chiarito e completato attraverso i ritratti di corte. Dunque si passa dalle spille da cappello – tra cui risalta la preziosa Leda e il cigno attribuita a Giambologna – ai gioielli da parata secenteschi, per finire con quelle che Anna Maria Luisa, ultima dei Medici, chiamava le sue ‘galanterie gioiellate’: creazioni fantasiose con perle irregolari, evocatrici dell’atmosfera di leggerezza che pervade il primo Settecento.
Gli oggetti esposti, con qualche eccezione, sono in maggioranza provenienti dalla collezione stessa del museo. Tra le eccezioni il bel Ritratto di Eleonora di Toledo del Bronzino, immagine della mostra, proveniente da Praga. Vi si osserva un anellino da mignolo ritrovato poi nella tomba di Eleonora. Un particolare che lascia supporre un attaccamento affettivo a un oggetto – probabilmente sigillo personale – ricco di significati simbolici legati alla famiglia, alla fertilità e alla devozione per il consorte Cosimo I.
Purtroppo invece di pensare a un percorso cittadino in cui il visitatore potesse integrare l’esperienza della mostra con visite a luoghi significativi per la storia delle pietre e del loro apprezzamento, come è lo Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio, si è preferito decontestualizzare La pesca delle perle e La bottega dell’orefice, due preziosi dipinti, e alcune gemme del Museo Archeologico, e presentarli in mostra.
Essenziale per la comprensione della mostra è il catalogo, che accoglie contributi utili a inquadrare una parte delle collezioni del Museo, con un linguaggio del tutto accessibile e allo stesso tempo ricco di informazioni, dettagli e curiosità.
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silvia bonacini
mostra visitata il 27 settembre 2003
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