La teoria microsociologica che indaga i metodi di cui i membri di un gruppo si servono per comprendere la loro stessa attività. Extensions è questo. Una raccolta, inedita, di emergenze, esempi, urgenze circa le odierne consuetudini sociali e la relazione corpo/macchina. Corpo e macchina come estensioni l’uno dell’altro.
Hans Op de Beeck (Turnhout, Belgio, 1969) utilizza per il suo “trattato” dei mock-up come quelli impiegati nell’industrial design in fase di sviluppo di prodotto. Modelli monocromatici in scala uno a uno che incarnano un’osservazione/interpretazione della realtà. Non dei ready-made quindi, ma delle maquette che innescano un meccanismo di astrazione dalla contingenza. Tanto da farne emblema della condizione umana.
Sono due le grandi installazioni scultoree: una postazione-nerd-multimediale e un letto da reparto intensivo. Due dedali di cavi e schermi. Uno interamente nero, l’altro bianco. Un uso dei colori che, a detta dell’artista, non ha alcuna connotazione valoriale, ma che, tuttavia, veicola un giudizio non troppo positivo sull’odierna attività umana (in Occidente). Se da un lato il bianco lucido e asettico del letto d’ospedale è davvero la chiave di lettura che instrada il fruitore verso un’interpretazione simbolica di ciò che ha davanti gli occhi, il nero opaco che ricopre scrivania, schermi, tastiere, computer, casse audio, cavi elettrici -ma anche contenitori usa e getta da fast food- sembra meno neutrale. O, se non altro, suggerisce melanconia.
Qui il nero non pare essere il colore archetipico della più moderna “tecnologia” digitale (sarà forse l’alluminio?), ma il nero delle notti passate insonni davanti allo schermo, con le luci basse su di esso. Come ad illuminare solo e soltanto ciò che merita attenzione.
La luce dunque. Se in Extension (2) la luce è quella di un tempo che si è fermato, o che comunque scorre solo sullo schermo, in Extension (1) viene proiettato sull’installazione uno spettacolo di luci dal colore cangiante. È lo scorrere delle giornate, sempre uguali a se stesse, così come percepito dal malato che in quel letto non trova altra “consolazione” che il lussuoso piumone di seta bianca.
In un tale scenario il contatto (Contact) con l’altro non può che essere digitale, ed avvenire in remoto. Come in una totale rivisitazione del Giudizio Universale di Michelangelo.
In esposizione anche i lavori preparatori al video The Building: il progetto per un mastodontico ospedale. Tre disegni, un plastico e tre fotografie. L’elaborazione dell’idea muove da uno studio sull’architettura. Un lavoro sulla serietà della linea ortogonale e sulla sovrapposizione dei volumi. Ne nasce una struttura a corpo centrale simile ai moderni aeroporti o al Panopticon à la Bentham. Alienazione che si ritrova nel video: un continuo rimbalzare di immagini tra l’interno e l’esterno dell’ospedale. Tra il suono di un battito cardiaco digitale ed un rumore di fondo come da stabilimento industriale. Tra il buio di una notte su cui si staglia la nostra cattedrale nel deserto, e gli ambienti inabitati ma-tanto-minimal-chic dello stesso ospedale.
De Beeck riesce con successo a suscitare sorpresa e sgomento, ma anche irritazione. Gratta sotto la superficie dei comportamenti svelando il dato-per-scontato che mantiene l’ordine sociale. Del resto è un etnometodologo.
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www.hansopdebeeck.com
damiano meola
mostra visitata il 3 marzo 2007
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