Dopo una lunga serie di personali e di interessanti collettive che da Roma, sua città di adozione, l’ hanno condotta attraverso l’Italia e l’Europa, fin negli Stati Uniti e in Egitto, Daniela Papadia propone al pubblico fiorentino le sue più recenti ricerche creative, perfetta fusione di tecnologia e manualità.
Le tele, in cui il freddo cromatismo tende inesorabilmente all’uniformità, presuppongono una ricerca raffinatissima da parte dell’artista, molto abile nel combinare moderne tecnologie digitali e tradizione pittorica.
L’insieme risulta perfettamente bilanciato e le singole unità creative sono sostenute da un raro equilibrio interno, da un ordine strutturale di inedita solidità. Sorprendono in effetti la coerenza e la stabilità delle composizioni, che indubbiamente contribuiscono alla chiarezza del messaggio lanciato dall’autrice.
Gli spazi pittorici si aprono come ampie finestre e restituiscono scorci di un’umanità silenziosa, normalizzata, profondamente solitaria ed aliena a se stessa. Un’umanità in cui gli individui si sfiorano ma non si toccano, si scontrano ma non si incontrano mai. Così gli spazi della tela sono affollati di personaggi qualsiasi che semplicemente passeggiano o si rilassano su un prato, danzano indossando i
Ognuno dei personaggi che attraversano l’immaginario dell’artista viene colto in un’istantanea della propria quotidianità, ma l’osservazione si spinge oltre il puro esercizio descrittivo, sublimandosi in visioni allucinate in cui la prospettiva frontale viene sostituita da quella orizzontale ed opposti punti di vista si sovrappongono evocando l’incertezza della condizione umana, lo squilibrio che inesorabilmente la domina.
Ad un’altezza vertiginosa sopra le teste di questa folla sorda ed inconsapevole aleggiano figure impalpabili, spiriti prigionieri di una dimensione intermedia, intrappolati tra la precarietà della condizione terrena e la chiara percezione di una fragilità ineluttabile. Così l’artista svela l’urgenza di un ritorno dell’uomo a se stesso ed esorta a porre fine all’estenuante attesa, a tagliare quel filo impercettibile che ci tiene sospesi come marionette inerti, ad uscire – certo dolorosamente – da un limbo soffocante di false verità ed ancor più ingannevoli certezze.
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