Categorie: toscana

fino al 23.III.2003 | Gianfranco Ferroni | Firenze, Fondazione Longhi

di - 7 Marzo 2003

Con la sua “lunga figura da Giacometti incarnato” Ferroni si è sempre mosso come in un limbo, emarginato dalla critica militante, spesso troppo occupata a discriminare coloro che si allontanavano dalla linea segnata dall’avanguardia. Fin dagli esordi infatti, nella Milano anni Cinquanta, egli non si accostava né all’informale, né al neorealismo legato alla sinistra, trovando una certa sintonia soltanto col gruppo del realismo esistenziale, o con quei pittori come Bacon o Giacometti che avevano trovato un modo nuovo e vero di rappresentare il dramma umano.
All’inizio degli anni Settanta, cadute tutte le id eologie, e crollata l’ultima illusione con il Sessantotto, Ferroni inaugura una nuova stagione, la sua più bella, alla quale la mostra dedica il maggiore spazio. È allora che egli, concentrandosi solo sulle poche cose del suo studio, come un novello Morandi, inizia la sua tensione verso l’universale. Attraverso una rarefazione dei fenomeni Ferroni cerca l’assolutezza, l’ordine cosmico, per cui gli oggetti diventano solo un pretesto per comprendere quel “significato ultimo delle cose” che a volte sembra come consunto nel quotidiano. La sua ricerca si carica dell’attesa di un miracolo che, scriveva a Fagiolo dell’Arco, “io so già a priori che non avverrà mai, ma che pur tuttavia mi auguro disperatamente” .
Lo spazio del suo studio e la luce che lo illumina (“lo spazio che situa, la luce che rivela” ) diventano gli strumenti di questa rivelazione che egli, seppur ateo, sente quasi come ascetica. Questo ben si vede nell’Omaggio a Caravaggio, dove l’assenza dei personaggi rende più evidente il significato dato alla lama di luce che entra dalla porta, dove prima era Cristo.
La pittura fine, attenta a cogliere anche i granelli di polvere e il pulviscolo atmosferico, si ritrova nelle immagini del film, proiettato nell’ultima sala della mostra, che Elisabetta Sgarbi ha sapientemente girato nei due studi, di Bergamo e Milano, che furono di Ferroni. In questo cortometraggio dal suggestivo titolo La notte che si sposta, la Sgarbi è riuscita a confidarci il ritratto più veritiero di Ferroni: assente materialmente, eppure ancora presente nelle stanze vuote e semiabbandonate.
In mostra la presenza/assenza di Ferroni si avverte nelle composizioni dipinte con paziente minuzia, nelle incisioni, che spesso precedevano nell’ideazione le opere, negli autoritratti (tra cui quello ‘negato’ in cui Ferroni offre le spalle), nelle fotografie, usate come studi preliminari per fissare l’alterità del reale, e finanche nelle musiche di Chet Baker, il jazzista che il pittore amava.
Livornese di nascita Ferroni, sebbene passò in Toscana soltanto pochi anni della sua vita, portò sempre questa terra nello spirito e nei modi, e l’intento di Mina Gregori, curatrice della mostra, è stato quello di riportare un toscano a casa sua. Le opere, esposte su cavalletti da pittore, come se fossero ancora nel suo studio, dialogano con i grandi maestri delle epoche passate, ospiti stabili delle pareti della Fondazione Longhi, testimoniando ancor più il legame di questo artista con la grande tradizione del passato, specie toscana.

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Gianfranco Ferroni. Dipinti, disegni, incisioni, fotografie. Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi (zona Gavinana). fino al 23 marzo 2003. Orario: dal martedì al venerdì 11.00 – 17.00; sabato e domenica 11.00 – 19.00. Ingresso libero. Catalogo di Lubrina editore . Per informazioni: www.firenzemostre.com

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