A venticinque anni esatti dall’ingresso del concetto di nomadismo nel contesto artistico (Achille Bonito Oliva, La Transavanguardia Italiana, 1980), la mostra collettiva al Palazzo delle Papesse di Siena lo ripropone aggiornandolo ad una società sempre più globalizzata e multimediale. La necessaria controparte è quella dell’identità, personale e collettiva, minacciata o favorita dai recenti processi storici.
Tutta da verificare, innanzitutto, è l’attualità del nomadismo: se è vero che il mondo contemporaneo si configura come un immenso tutto senza più nessun fuori, allora anche la possibilità di attraversare avanti e indietro le diverse culture è annullata, dato che quelle stesse culture sono pressoché scomparse, sostituite da fantasmi di esse.
Questa ipotesi sembrerebbe confermate dalle opere presenti in mostra. Pur provenienti dall’intero globo, esse si conformano tutte al modello post-concettuale proprio del mondo occidentale, disegnando la mappa di una generazione di artisti globali definitivamente uniformata.
Inoltre, “il nomadismo nostrano”, come nota Lorenzo Fusi nel catalogo, costituisce “una via di fuga sempre percorribile… evoca in qualche modo quello che la psicoanalisi chiama il ‘complesso della soglia’ o ‘della porta sempre aperta’, in base al quale ci lasciamo continuamente degli spiragli –pronti a evadere, sgattaiolando fuori di soppiatto– per evitare di prenderci delle responsabilità”.
Questa impeccabile definizione della ‘sindrome di Peter Pan’ ben si attaglia almeno alla metà delle opere presentate, sulle quali aleggia lo spirito del gioco e della facile decorazione. Lavori come Zad al rahhala (Provviste dei viandanti, 2005) di Medhat Shafik, l’installazione con cui si apre la mostra; come Gate-Small (2003) del coreano-newyorkese Do-Ho Suh o come la videoinstallazione One minute (2004) del basco Jon Mikel Euba. Opere che sembrano rifiutarsi ostinatamente di analizzare in modo critico gli snodi cruciali e problematici della società contemporanea. E l’affermazione secondo cui le Banderolles des Musées d’Art Contemporain Africain (1997-2003) di Meschac Gaba rappresenterebbero “una critica radicale” è da accogliere con più di una riserva.
From the other side (2002) di Chantal Ackerman, pur molto interessante e spettacolare –è un percorso tra venti schermi che rivoluziona il consueto percorso espositivo delle Papesse– risulta confusa e di difficile lettura. Le opere più riuscite sono indubbiamente il video intelligentemente ironico ¿Quién eres? (2004) di Nuria Carrasco, con le sue porte che si aprono su interni di varia umanità; l’installazione Flames Maquiladora (2001-2003) di Carlos Amorales (presentata alla Biennale di Venezia del 2003), che mette in scena un realistico laboratorio artigianale di scarpe messicano; e Soft Rains #6: Suburban Horror (2003) di Jennifer e Kevin McCoy, straordinario montaggio live di un tradizionale filmetto splatter.
Di grandissimo impatto inoltre Testimony (2004), il primo video di Kara Walker, e la enorme foto illuminata di Alfredo Jaar (Waiting, 1999). Infine, a dieci anni di distanza, conserva intatta la sua potenza il video di Tracey Emin, Why I never became a dancer (1995). “E pensai, vado via di qui / Sono già fuori di qui / Sono meglio di tutti loro / Sono libera / Così lasciai Margate / E tutti quei ragazzi / Shane / Eddy / Tony / Doug / Richard / Questo è per voi”. E la giovane Tracey decise di non danzare più…
christian caliandro
mostra visitata il 27 maggio 2005
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