Una selezione di differenti artisti provenienti da molti Paesi e diverse discipline. In un unico festival. Per l’edizione 2007 di Fabbrica Europa il programma si presenta particolarmente ricco, e lascia spazio a tutte le espressioni artistiche. Mixandole e alternandole continuamente, senza fare confusione, per creare un vortice fatto di musica –dalla più tradizionale a quella elettronica–, di danza, performance, video, teatro e installazioni. All’esterno dell’edificio, quello suggestivo e insolito della stazione Leopolda, quattro teli in PVC ricoprono una parete esterna, ben inserendosi nel complesso architettonico. Si tratta della prima parte dell’installazione site specific Save our flowers, ideata da Massimo Barzagli (Firenze, 1960). Nel primo telo dei fiori dai colori vivaci sembrano accoglierci fluttuando in una sorta di limbo che superiamo già al secondo pannello, per tornare bruscamente sulla terra. Dove si trova ciò che è stato, è, potrebbe essere e sarebbe stato. Dal secondo al quarto pannello città, date, numeri che hanno fatto la storia dell’Europa e i suoi confinanti si alternano e si intensificano fino a coprire quasi interamente il bianco predominante del primo telo. Napoli il giorno dell’eruzione del Vesuvio, la data di nascita di Leonardo, trattati di pace, il compleanno dell’artista, il numero delle vittime di Auschwitz. Nessun collegamento apparente se non quello di un mondo intero condiviso. Il lavoro continua appena all’entrata dell’edificio, dove troviamo undici dischi smaltati di diversi colori illuminati da altrettanti occhi di bue. Sulla maggioranza dei dischi prendono posto vasi carichi di fiori diversi e variopinti che disegnano con le proprie ombre delle ricche geometrie, variabili appunto. Sull’ultimo disco ci sono invece i gesti e i movimenti di Luisa Cortesi, che presenta la sua performance.
Il braccio nella manica, un’intensa rappresentazione della quotidianità umana in un alternarsi di posture come atteggiamenti, con una successione naturale che diventa un tutto.
In un altro spazio all’interno della stazione, la rassegna video curata da Gaia Pasi e Pietro Gaglianò, che comprende un’opera site specific. Lessico europeo. Linguaggi dell’arte contemporanea è un viaggio emozionante che scorre lieve tra il lirico e il drammatico, a tratti non indolore. E che mette in scena, sulla stessa scena e attraverso una comune metodologia –il video– linguaggi di artisti provenienti da diversi paesi. A cominciare dall’invasiva performance di Kuba Bakowski (Poznan 1971, vive a Varsavia), TV Zero Zone, progetto iniziato nel 2004 e portato avanti in più occasioni tramite un’interfaccia hackerata insidiatasi durante delle messe in onda in Polonia. Nelle immagini utilizzate nel disco di aggiornamento delle teletrasmissioni, sulle quali l’artista sembra muoversi allegramente, ritroviamo le forme primarie e del suprematismo di Malevic e dei dipinti costruttivisti russi di El Lissitskij.
Lo slideshow fotografico di Marco Mazzi (Firenze, 1980), Senza Titolo, in mostra anche a Tokyo per una personale, fa riflettere la luna con uno specchio d’acqua che si trasforma a loro volta in luna, alternando le vedute fino a fonderle. È il disegno invece o, meglio, i cinquecentosessantuno disegni di Matteo Fato (Pescara, 1979) –Senza titolo con fiamma (2006)– che con un movimento stroboscopico dà vita, e morte, alla fiamma di un fiammifero. In sottofondo, il rumore della fiammella che arde il legno tenero rende il passaggio da un disegno ad un altro solo intuibile, fino agli ultimi secondi quando una sequenza video fa svanire l’incanto. Sempre sull’onda dell’evocazione, ma con mezzo –la cinematografia documentarista–, e intenti diversi, il video datato 1998 degli irlandesi Patrick Jolley e Reynold Reynolds.
Alla sua prima in Italia, Seven days till Sunday è una sequenza sconvolgente di immagini rappresentanti sette tipi diversi di suicidi, uno per ogni giorno della settimana. Sullo sfondo di una New York in bianco e nero che immaginiamo diversa solo perchè lontana nel tempo –si riescono addirittura ad intravedere le Torri gemelle– la solitudine umana trova unico sfogo nell’atto suicida. Riportandoci ad un lontano che poi così lontano non è. I manichini che si lasciano esplodere, che precipitano da un palazzo –cruda profezia di quello che sarebbe stato vero–, che si lanciano da un ponte o che muoiono. Così, nell’indifferenza di una metropoli vuota. La tensione si allenta nell’ultima opera in mostra, un progetto concepito site specific di Chiara Guarducci. UEX può considerarsi sicuramente una delle opere emblematiche dello spirito e del tema del Festival che la ospita: una grande cartina dell’Europa disegnata con stencil e vernice spray a forma di pixel. Tante grandi X che disegnano un paese visibilmente espansivo e agglomerante.
valentina bartarelli
mostra visitata il 7 maggio 2007
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