Il tema attorno al quale sembra addensarsi l’allestimento delle tre personali è la fragilità. Fragilità del corpo, della memoria, della convivenza. Si inizia con Berlinde De Bruyckere (Gent, Belgio, 1964), che mette in scena il corpo. Già dall’esterno della galleria, dalla strada, si scorge una scarna struttura in ghisa da cui ciondola un cavallo mutilato, senza vita. Una fragilità, in questo caso, che scaturisce dalla dicotomia vita/morte. Con il cavallo, simbolo del vigore e della forza, che è sospeso, esanime, e non può nulla. Una debolezza urlata. Drammatica. Che ben funziona da “gancio” per una conversazione espositiva che si fa più introversa e riflessiva. Si prosegue parlando ancora di corpi. Corpi dalle sembianze umane, acefali, deformi, o comunque in fase di trasformazione. Figure a grandezza naturale cosparse di cera, ad accentuarne l’elemento materico, organico. Corpi sofferenti, dalla postura precaria, che cercano disperatamente sollievo. Presenze che trovano un’effimera protezione dietro sottili teche di vetro.
Il grande spazio della platea (dell’ex-cinema) ospita invece un’installazione il cui protagonista è l’albero. O meglio, tronchi d’albero, anch’essi ricoperti di cera fusa. L’albero come immagine della vita, ma anche racconto materico, stratificarsi di accadimenti. Memoria collettiva, forse. La loro “conservazione” è assicurata da grandi vetrinette ad ante (stile museo di scienze naturali) all’interno della quale trovano posto delle coperte ripiegate ed impilate l’una sull’altra. Elementi ricorrenti nel lavoro della De Bruyckere, laddove la coperta simboleggia il più effimero dei rifugi.
Per il tema della fragilità della convivenza dobbiamo invece concentrarci sui lavori di Chen Zhen (Shanghai, 1955 – Parigi, 2000) e di Meschac Gaba (Cotonou, Benin, 1961). Il primo lo sviluppa con un riferimento storiografico. È il Jardin mémorable. Tre grandi elementi in bronzo, esposti nel cortile esterno, raffiguranti l’ormai scomparso Giardino della conoscenza assoluta. Il giardino di Yuanmingyan in Cina, fatto costruire dall’imperatore da maestranze europee in un clima di interscambio culturale che fu reale dialogo e non mero esotismo. Una riflessione sull’importanza e la ricchezza del punto di vista allargato.
A Meschac Gaba è riservato invece sia lo spazio del palcoscenico, dietro al sipario, che la sala all’Arco de’ Becci. Sono due le installazioni: Sweetness e Perruques-architecture. Entrambe indagano la questione della fusione delle identità nazionali. Opere meticce, interventi di contaminazione simbolica, azioni di (re)significazione.
Sweetness è una città di zucchero, un insediamento-patchwork che contiene in sé le più importanti architetture delle maggiori metropoli del mondo. Un’operazione dissacratoria sulle icone culturali, religiose ed economiche legate alle identità nazionali. Così come per le architetture-parrucca “scolpite” a suon di treccine africane. Un fare beffardo che induce a riconsiderare il significato di ogni icona culturale, come pure la fragilità della convivenza nelle odierne società multiculturali.
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damiano meola
mostra visitata il 12 maggio 2007
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