Gli oggetti più comuni, quelli che hanno una pura valenza pragmatico-funzionale, possono nascondere una magia. Basta ricordare Le Ballet Mécanique di Léger in cui vengono dati anima e movimento a materiali inorganici. Un ventilatore può essere indagato nella sua forma e nelle sue proporzioni, così come un lavandino o una presa elettrica. Fa così Katia Giuliani, dosando in un mix sapiente d’astrazione e figurazione. Perché l’intento non è quello di offrire un’immagine oggettiva di elettrodomestici e arredi vari. Quanto capirli, dare un tributo alle prolunghe-protesi che rendono la vita contemporanea più facile. Non una serie di still life, dunque, o almeno non di quelli canonici. Giuliani va in cerca di questi oggetti nelle case degli amici, li fotografa e dona loro quell’aura che solo una visione intimista può fornire. La serie di otto tele crea un universo liquido ed immateriale in cui appaiono scritte, fiori e
Spesso zoomati, irriconoscibili ad una prima occhiata, questi oggetti sembrano figure geometriche appartenenti ad un ambiente onirico. E in effetti, tolti dal loro contesto, sono mere figure o solidi: è questa operazione di alienazione a renderli ancora più vicini ed –in un certo senso- intimi, simboli di un accumulo indecifrabile di esperienze, situazioni, momenti minimi e quotidiani. L’indagine su questi elementi d’uso comune, sulle loro forme e si realizza con un procedimento di plurime sedimentazioni di materia sulla tela, con frammenti di velina che aderiscono alla superficie della fotografia. In alcune immagini vengono inseriti anche fiori e farfalle, ennesimo contributo alla loro fedele ed effimera presenza, con un tocco di ironia.
veronica caciolli
mostra visitata il 22 settembre 2004
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