Primo assolo italiano per May Cornet (Londra, 1975), inglese distintasi già a Roma un paio d’anni fa, chiamata ora a misurarsi con gli ampi spazi della galleria fiorentina. In mostra un corpus di disegni a penna, di dimensioni anche importanti (i non pochi O drawing, isolati o organizzati in grandi griglie), una serie di lavori realizzati con microritagli di giornale, paper on paper (i collage intitolati I can’t stand the rain, di indubbia eleganza), e un’installazione ambientale concepita a mo’ di estuario concettuale (From now on, sorta di duchampiana boîte en valise con report a misura di hangar).
Il dato complessivo, che traduce la volontà di intrecciare metadiscorso sull’arte e valore espressivo della fattura, oscilla tra un’urgenza di ordine quasi tattile, per non dire prensile, e la straniante perentorietà di enunciati iconici afferenti ad un registro indifferentemente minimo o intimista, clinico o confidenziale. Il risultato è un trompe-l’esprit in veste di trompe-l’oeil (e non, come spesso accade, il contrario), messo su con nettezza scenografica ad incrociare l’esperienza fisica del più immateriale dei segni con quella mentale del più prosaico degli oggetti. Un impianto visivo la cui coesione non si esaurisce nella trasposizione da un medium all’altro di una stessa pòiesis, ben teso e saldamente centrato su un’idea di distanziamento inumano.
Va allora rimarcata come meritoria la circolarità di un percorso in cui i lavori esposti risuonano in sottigliezza gli uni negli altri, tutti in bilico tra guizzo da cameretta e suggestione da gabinetto scientifico.
Un tragitto severo e sottilmente psichedelico che si concretizza, ad ogni modo, in tre soli step: un repertorio di ammassi vagamente neuronali, vibranti come ritratti, informati/cartografati per mezzo di un numero incalcolabile di circonferenze tracciate a penna; un capriccio di teoremi per piovaschi tascabili, dodici in totale; un kit apri e chiudi di solidi in abito scuro (due dodecaedri, un parallelepipedo con fornice, tre anatre solenni come virgole), pietre preziose/miliari di un portable garden nel contempo utopico e contundente, ipertrofico e decostruito, completo di un pattern di fili d’erba che sarebbe piaciuto a Georges Seurat.
pericle guaglianone
mostra visitata il 20 gennaio 2007
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