A mezzogiorno, in Grecia come in Sicilia, Apollo infallibile sancisce l’ora del silenzio, del sacrificio, della morte. E della bellezza. La luce mediterranea leviga i corpi e inonda i paesaggi, non lascia scampo. L’esteta nordico, profugo nella terra dove gli dei gridano ancora la loro presenza, percepisce, con la sottigliezza che deriva dal senso della novità e dell’estraneità, lo straordinario potenziale espressivo della gente e dei luoghi del sud, ancora intrisi di grazia e sensualità tutta ellenica.
L’esposizione negli spazi della Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze è il primo evento di portata mondiale che celebri il genio creativo e il raffinato gusto estetico del barone Wilhelm Von Gloeden, operativo in Italia dal 1878 al 1931, anno della sua morte. Anni di ostracismo, radicato nella pruderie borghese, hanno confinato la sua straordinaria produzione fotografica sotto l’etichetta di “materiale pornografico o comunque osceno e lesivo del pudore”.
La mostra, curata da Charles-Henri Favrod e Monica Maffioli, si articola secondo percorsi tematici che fanno riferimento ai differenti temi con i quali si è cimentato l’artista. Della vastissima produzione di Von Gloeden viene offerto un panorama che spazia dalla scena di genere al ritratto classico, andando ben oltre i confini che ne hanno condannato la diffusione.
Attraverso l’occhio del fotografo possiamo cogliere la sensibilità di tutta una generazione di artisti, letterati ed eccentrici che guardavano al meridione d’Italia ed alla cultura mediterranea come ad un’inesauribile fonte di ispirazione, bacino di salubrità per il corpo, viatico per l’anima. Gabriele d’Annunzio, Andrè Gide, Francesco Paolo Michetti, e ancora Norman Douglas, Von Fersen, Isadora Duncan, che abbiano conosciuto o meno Von Gloeden, hanno tutti fantasticato sulla grecità di questo patrimonio e sicuramente hanno ritrovato nelle sue fotografie affinità estetiche o artistiche.
Sono interessantissime le opere che fanno riferimento al ritratto antropologico: la dimensione mitologica si intreccia al realismo e allo studio psicologico dei soggetti ritratti. Anche nelle fotografie caratterizzate da un certo compiacimento estetico, come i nudi o le scene di vita greca, emerge l’intento di creare intorno alla bellezza scultorea dei corpi e delle composizioni una ricerca che si spinge verso intenti metafisici.
La serie dedicata alla desolazione di Messina e Reggio dopo il terremoto del 1908, sorprendente per la sua modernità, supera la definizione di opera commemorativa del disastro per raggiungere esiti di valore documentario in cui si equilibrano commossa partecipazione e lucidità dello sguardo da professionista.
L’esposizione dei negativi su lastra originali e, in alcuni casi, di più stampe di una stessa immagine, permette di cogliere l’unicità dell’opera fotografica, che si compie, oltre la composizione concettuale, nell’elaborato processo di stampa manuale.
La morbosità dei censori ha sempre impedito che venisse colta la complessità dell’impulso creativo e l’emozionante bellezza dei risultati. Loro si sono arrestati davanti alla constatazione delle dimensioni degli attributi in primo piano. Un consiglio: non perdetevi questa mostra, non si sa mai, mala tempora currunt…
Pietro Gaglianò
Mostra vista il 14-XII-2000
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