A fare da cornice ai recenti lavori di Gisella Pietrosanti, giovane artista romana, il singolare salotto vintage della boutique–galleria Aloe&Wolf di Siena. Dieci immagini di donna si inseriscono sommessamente, quasi mimetizzandosi da manifesti sixties, fra stand ricolmi di abiti fantasiosi ed espositori traboccanti di oggetti dal design inconfondibilmente anni Settanta. Le opere sono state realizzate appositamente per l’occasione ed alcune strizzano l’occhio al contesto.
Le donne rappresentate dalla Pietrosanti sono figure eteree, senza tempo, dal gusto talvolta retrò, con le labbra rosso lacca, le acconciature dal sapore orientale e lo sguardo enigmatico, nascosto da grandi occhiali neri. Non hanno nome, forse non sono nemmeno ritratti di persone reali, ma solo ciò che resta nel ricordo di incontri imprevisti e fugaci. I colori accesi e forti risaltano grazie ad un’insolita liquidità e lucentezza, quasi di smalto.
La tela ed i colori ad olio restano la caratteristica predominante dei lavori, ma alcuni ritratti sono realizzati anche su supporti diversi, come ad esempio il metallo.
Pietrosanti è un’artista eclettica, pronta ad assorbire gli eventi e a rielaborarli sulla tela; la sua produzione è vasta ed eterogenea. Non si esprime attraverso un unico linguaggio espressivo: le appartengono sia un tipo di rappresentazione figurativa, dagli accenti fortemente ritrattistici ed intimisti, come nel caso di questa mostra, sia il linguaggio desunto dai modi del graffitismo, sia infine il codice proprio dell’informale, con forti accezioni materiche. Difficile dire dove sia diretto in questo momento il lavoro della Pietrosanti, l’artista stessa rivela una personalità sfuggente e poco propensa al contatto con il pubblico.
La cosa che più sembra avere importanza è misurarsi costantemente con la contemporaneità, sia essa fatta di accenti glam e fashion, come nel caso dei lavori presentati alla Aloe&Wolf, sia che rifletta sui problemi e gli eventi della quotidianità, come nel caso delle opere realizzate per progetti come s/ago/me.547 (Roma 2005), in cui era necessario riflettere sulla piaga della violenza sull’infanzia, o come Upperground ( Vienna 2003), che aveva come obiettivo quello di diffondere la campagna antiproibizionista delle droghe leggere.
Gisella Pietrosanti assimila tutto ciò che cattura la sua attenzione, la sua arte si sposta di continuo da un contesto ad un altro senza timore di perdere continuità. Unico filo conduttore il costante utilizzo di inserimenti materici, che permettono alle opere di mantenersi ancorate alla realtà, evitando il rischio di restare confinate nel limbo della subliminalità.
sara paradisi
mostra visitata l’8 ottobre 2005
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