Il Settecento –secolo ancora poco frequentato dalle grandi mostre fiorentine– è l’autentico protagonista della mostra. Sullo sfondo vediamo una Firenze che diventa una delle capitali del Grand tour, e dove nobili, artisti e collezionisti di passaggio o “residenti” iniziano a modellare il volto della città e a celebrarne il passato; mentre la Storia porta le riforme illuminate di Pietro Leopoldo e il vento della rivoluzione. In questo contesto, dominato all’inizio dall’ultimo Granduca mediceo Gian Gastone, si intreccia la vicenda della famiglia dei Siries, a guida della Galleria dei Lavori -antico nome dell’Opificio delle Pietre Dure- fin da quando Luis, argentiere alla corte di Luigi XV, si trasferisce a Firenze. Giovanni Pratesi ha offerto al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure duemila e più punzoni in acciaio da argentieri che testimoniano l’attività di Luis, e dopo di lui quella di Cosimo, Luigi e infine Carlo. Personalità che, fra le tempeste della storia e della politica, hanno saputo dare forma raffinata ai desideri e all’ambizione di tre dinastie: Medici, Asburgo e Bonaparte.
Luis introdusse a Firenze, accanto alla ricchezza dei materiali utilizzati, un aggiornamento che arriva ad imitare temi della pittura contemporanea, dedotti anche dall’esperienza coeva delle manifatture Wedgwood. Per sostanziare il suo contributo innovativo vengono esposti per la prima volta, dopo un accurato restauro, due medaglioni appartenuti al corredo funebre di Gian Gastone e recuperati durante l’esplorazione delle tombe medicee. I lavori sono caratterizzati da un repertorio di gusto classicheggiante molto vario, ispirato allo studio programmatico dell’antico che inizia proprio nel Settecento.
Il lusso, tuttavia, si estendeva anche agli oggetti d’uso, come mostrano le “cassette da rimedi –destinate a contenere in piccole boccette medicinali come “unguento di fuoco” o la “polvere della Granduchessa Vittoria”–, oggetti che testimoniano un’accuratezza capace di fondere estetica e funzionalità. “Galanterie” che denotano un gusto per la curiosità e la preziosità minuta, destinato a crescere nel corso del secolo.
È però con l’avvento dei Lorena che si assiste ad un rinnovamento dei modelli in senso moderno e neoclassico. La Galleria dei Lavori abbandona il repertorio naturalistico caro al barocco per dedicarsi a figure, vasi antichi, conchiglie e coralli, osservati con occhio da scienziato. Sotto la direzione di Cosimo Siries, Giuseppe Zocchi propone scene con figure e allegorie tra paesaggi di rovine, e Antonio Cioci si dedica a nature morte trompe l’oeil, in cui compaiono anche vasi etruschi, in sintonia con i primi scavi a Pompei, ma anche in Toscana, dove in questi anni nasceva l’Accademia etrusca di Cortona.
Il trionfo delle poetiche neoclassiche è splendidamente presente con opere provenienti da Londra e da Vienna di epoca napoleonica: diademi con cammei ispirati all’antico o medaglioni a commesso in pietre dure con immagini della natura -farfalle, conchiglie, perle– qui accostate ai disegni preparatori o a ritratti ufficiali che mostrano come queste gemme diventarono peculiari dell’ornamento femminile. Tanto che Elisa Baciocchi, Reggente d’Etruria, con un sublime capriccio, ricondurrà la manifattura al suo esclusivo servizio.
silvia bonacini
mostra visitata il 15 maggio 2006
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