Correva l’anno 1969, una generazione viaggiava sulle note di Bob Dylan e sul chopper di Easy Rider. Il viaggio significava ricerca di libertà, incontro con culture lontane o esplorazione dei propri deliri.
David Tremlett, invece, viaggiava e basta. La sua idea di esplorazione era astratta, senza inizio o fine; l’idea stessa -pensare e sognare di realizzarla- era più importante che realizzarla davvero. Un artista viaggiatore con pastelli, matita e carta, in autostop dal grigiore della Gran Bretagna fino in Australia, India, Africa. Per scrollarsi di dosso l’insoddisfazione verso l’ortodossia e domandarsi “perché fai arte, piuttosto che con cosa la fai”.
David Tremlett. Retrospettiva 1969/ 2006 racconta per mezzo di cento opere il lungo cammino artistico che dalla fine degli anni Sessanta lo ha portato ad oggi attraverso il concettuale, l’acquisizione poi di un proprio linguaggio personale e, negli ultimi decenni, ad una rigenerazione spasmodica quasi catartica. Un allestimento che stimola un viaggio percettivo del visitatore tra scoperte, incontri e anche disorientamento, tutti elementi che sono alla base del lavoro dell’artista. L’altro aspetto della mostra, che richiama un visibile tema fondante dell’arte di Tremlett è la molteplice varietà di tecniche e tematiche: dai paesaggi con le parole come Mexico III, alle sculture con pigmenti, dalle architetture geometriche e rigorose ai grandi wall drawing, sono tutte opere non assimilabili ad una precisa categoria artistica.
Splendida la serie di scatti Madirisha tupu (Empty windows) del 1990, dove fughe di finestre in strutture diroccate incorniciano il silenzio, il vuoto, il degrado ma anche, come punto di fuga prospettico, piccoli brandelli di rigogliosa natura. Dal bianco e nero si passa poi all’esplosione di colori. Non più intrusioni sporadiche ma toni decisi di arancio, rosso, verde in un “…piacevole chiasso visivo…” (Guy Tosatto).
Molti i disegni preparatori per i wall drawing, precisi e puntuali. Lo studio dello spazio è come “…una specie di visione onirica, di come pareti, soffitti e finestre possano funzionare insieme”. Un istinto e un’emozione che Tremlett ha imparato nei suoi viaggi, imbattendosi in cose e persone spettacolari e in forme architettoniche straordinarie.
“In che modo sperimenti lo spazio quando vi entri? Lo respiri. Anche se è uno spazio piccolo lo respiri”, spiega. Così nascono la Cappella Barolo a La Morra (1999), le vetrate della Chiesa di S.Pierre et S. Paul a Villenauxe-La -Grande, Aube (2005) e la Casa Filangieri (2006) ad Alba.
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