Lo sguardo precipita lungo arditissime prospettive di palazzi e grattacieli, i colori dominanti sono grigio, ocra e azzurro chiaro, sugli sfondi si intravede un cielo polveroso e quasi mai sereno. Sono le megalopoli di Giacomo Costa. Il termine, disceso nel lessico comune dal greco, vuol dire, alla lettera, grandi città e si riferisce nel linguaggio corrente ai titanici agglomerati che si addensano al centro e alle periferie della città contemporanea.
Da questi scenari, dalle loro proporzioni titaniche e dalla loro dimensione disumana Giacomo Costa trae le proprie opere: ammassi di materia solida e “pesante” che singolarmente vengono rappresentati mediante la tecnica più immateriale, la fotografia digitale.
Dagli Agglomerati e dai Paesaggi degli ultimi anni ’90, la visione artistica di Costa si è evoluta verso una prospettiva più articolata dove i “palazzi” vengono privati della loro immanenza e trasformati in simboli iconici , e quasi astratti, di se stessi e del tempo al quale appartengono.
La presenza di alcuni video, in cui file automobili vengono inghiottite dagli amovibili blocchi di
Parallelepipedi tessuti uniformemente di balconcini e finestre a nastro compongono le colossali Megalopoli; gli agglomerati che nascono dal sovrapporsi di più volumi, echeggiando tanto le città impossibili del Futurismo quanto le scenografie della più sofisticata cinematografia di fantascienza, rappresentano l’epitome dell’evoluzione tecnologica. Come il centro di Manhattan. Al quale inevitabilmente, e forse anche banalmente, corre l’immaginario collettivo al pensiero dei mostruosi ammassi di acciaio, vetro e cemento.
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