In una contingenza storica gremita di eventi bellici violenti, di accentuate trasformazioni sociali e di difficili equilibri culturali, l’attenzione degli artisti si rivolge con sempre maggiore urgenza alla rappresentazione della realtà. Assistiamo da alcuni anni ad una volontà di denuncia che spesso si confonde con la cronaca, mietendo consensi o provocando reazioni, in nome dell’autonomia dell’arte dalla società.
All’interno di questo panorama, il curatore romano Raffaeale Gavarro propone una mostra fuori dalle righe: riflette non tanto sull’opportunità o meno di rappresentare la realtà attraverso l’arte, quanto sulle diverse possibili prospettive da cui la realtà può essere osservata. Seleziona quattro artisti, Claudio Asquini, Gea Casolaro, Donatella di Cicco e Giuseppe Petroniro, che si confrontano con brandelli di verità di volta in volta diversi. Accomunati dall’uso della fotografia come mezzo espressivo, gli autori si distinguono sia per il linguaggio che per i soggetti.
Claudio Asquini sceglie di immortalare il pubblico di un funerale, raccolto in un dolore intenso e contenuto; inquadra solamente gli astanti, senza concedere spazio alla narrazione dell’evento: chi osserva l’opera non può dedurre né dal titolo (Pietas), né dall’immagine in quale situazione siano coinvolte le figure rappresentate.
Gea Casolaro in Real/fiction segue con l’obiettivo persone inconsapevoli e scatta sequenze di fotografie che, come in un fotoromanzo, fissano momenti successivi; inventa poi, addosso ai movimenti dei personaggi casuali, storie immaginate ma plausibili, raccontate con didascalie a latere delle immagini. Cuce episodi fantastici sul quotidiano e sul banale.
Donatella Di Cicco fissa l’immagine di aspiranti modelle: Dolls. Costruisce per loro book fotografici da utilizzare come presentazioni professionali. Inserisce le giovani donne in set naturali senza artifici scenografici, ma le veste e trucca in modo ammiccante, creando un netto contrasto tra soggetto e ambientazione. Ripete la stessa composizione tagliata in diagonale con tutte le modelle. Al di là delle fotografie, lascia dei video documentativi in cui le ragazze appaiono nella loro semplicità e si raccontano, evidenziando la distanza tra la loro vita ed l’apparenza degli scatti.
Giuseppe Pietroniro raccoglie inquadrature di luoghi nascosti, incontrati quasi per caso. Li definisce autoritratti. Sono spazi trascurati, che accolgono oggetti abbandonati e rovinati dal tempo. Paesaggi su cui l’occhio solitamente sorvola, che la mente cancella.
Quattro chiavi interpretative diverse restituiscono allo spettatore altrettanti mondi. Poetici, più che politici. L’immagine rappresenta la realtà ed acquista una sua verità, più profonda e filtrata attraverso la creatività. Ma non per questo meno vera.
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