La mostra offre un’analisi trasversale dell’intera opera di Luigi Ghirri (Scandiano, Reggio Emilia, 1943 – Roncocesi, Reggio Emilia, 1992). Definendo in particolar modo quella che fu la posizione del fotografo in merito al dibattito sul senso del luogo e del paesaggio all’interno del pensiero contemporaneo. Attraverso una selezione di vintage prints provenienti dal Fondo Eredi Luigi Ghirri, si svela il lavoro di un ventennio (1970-1992), lo sviluppo di un pensiero, un modo di concepire lo spazio come possibilità di integrazione tra ciò che è considerato naturale e ciò che viene costruito artificialmente. Gli albori delle periferie, quando gli spazi non erano più campagna, ma non ancora città; il tentativo di recupero del genius loci anche quando ciò che si presenta è lo scenario della dispersione. Questo può essere considerato il punto di partenza di Ghirri. Ed è subito, già nelle prime serie di scatti (Fotografie del periodo iniziale, Kodachrome) che si intuisce a cosa mira l’occhio-obbiettivo: immagini rubate al proprio vivere quotidiano –luoghi vicino casa, vicino all’ufficio, località turistiche ben conosciute−, immagini che si fermano all’improvviso, magari mentre si è immobili ad un semaforo. Come se lo spazio parlasse, o meglio si raccontasse. Così, inaspettatamente. Una geografia emotiva dunque, immediatamente estrapolata dalla reale collocazione fisica per porsi ad emblema dell’architettura contemporanea, utilizzata per la “costruzione di uno sguardo con cui accostarsi ai luoghi e di un linguaggio per vedere e descrivere le cose, definendo fin da subito dei contenitori concettuali per le proprie ricerche, considerandole come opere programmaticamente non concluse, in cui l’ordine e gli accostamenti possono cambiare, inseguendo di volta in volta altri percorsi della mente” (Elena Re, testo in catalogo).
Sono infatti spazi apparentemente fermi, in cui ancora si aspetta l’accadere di qualcosa, eppure la tensione non si avverte, come di fronte a delle mappe, che sono anche fotografie, i processi in gioco si mescolano alternando la memoria alla fantasia.
Di seguito (Catalogo) l’analisi si sposta sui materiali stessi, disincarnati dal loro ruolo architettonico per diventare campioni, punti di riferimento per misurare l’azione del tempo, per sottolineare differenze e confini, per porre l’accento sulle loro interazioni e renderli fini a se stessi e non più parte di niente se non di quella precisa inquadratura. A descrizioni del tutto imparziali, ma cariche di significati mnemonici e poetici, che ritraggono opere di grandi architetti (come per il Cimitero di Aldo Rossi nella serie Paesaggio Italiano), si accompagnano squarci fantastici del reale. Tagli e messe a fuoco efficaci che sottolineano la stretta connessione tra l’artificiale e il reale (Il paese dei balocchi), tra la produzione seriale di immagini (cartelloni, vetrine, pubblicità, insegne) e il quotidiano vivere. Una realtà che si corrompe di immaginario ed un immaginario che sembra sempre più reale. E che forse lo è davvero. Dopotutto “è proprio in questo spazio di totale finzione che forse si cela il vero”, come dichiara lo stesso Ghirri.
A conclusione, la grande passione di Ghirri per la luce, indispensabile motivo architettonico, filtro e lente insieme della completa interazione armonica tra natura e artificio, (Un piede nell’Eden, Versailles).
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