Ci sono momenti della storia in cui radicali mutamenti sociali e civili avvengono in tempi assai brevi. E sradicamenti repentini e talvolta violenti da uno status di più o meno lunga tradizione provocano spesso una strana sorta di amnesia che colpisce soprattutto chi nel “prima” faceva la parte del leone.
Così è successo anche nell’Italia post-fascista, ove manganelli e motti diamantini si sono rivelati miseri (ma non per questo meno cruenti) fantocci di cartapesta, passando in un rapido giro di ruota da supposte condivisioni di massa a
Il realismo di Willie Bester (Montagu, Cape Town, 1956) vuole combattere l’amnesia che colpisce il ricordo (e quindi la ricerca di responsabilità) del Sud Africa dei tempi dell’apartheid, tempi niente affatto lontani dei quali l’Occidente bianco e coloniale fu il principale responsabile. I volti nei suoi ritratti, così come i campi più aperti in cui si scorgono baracche-negozio che sembrano la protostoria dei nostri moderni centri commerciali, sono uno sguardo attento e fotografico (spesso nelle opere sono inserite vere fotografie eseguite dallo stesso artista) alla realtà delle bidonvilles, al cuore nero del Sud Africa, lontano, nelle distanze e nelle forme, dalle villette seriali della popolazione bianca. Baracche in lamiera, insegne dipinte a mano, l’acqua da prendere coi secchi al pozzo, rottami d’occidente usati in ogni modo, una carcassa di Maggiolone Volkswagen affiancata da un teschio, emblema dei
Ma in questi scenari di povertà e miseria, di rottami e rifiuti, non c’è il dramma, l’intento pietistico di chi vuol suscitare compassione ed emozioni a buon prezzo, sbattendo il naufragio di ogni speranza in faccia allo spettatore. I volti di quest’umanità, sia quelli di bambini che si sono costruiti dei giocattoli assemblando vecchi rottami, sia quelli di vecchi uomini segnati dall’età, sono caratterizzati da un vivace cromatismo che dona loro la fierezza di chi, pur povero, non ha perso la propria dignità, ma che anzi trova la forza per sorridere al futuro. Come il bambino di The broken tricycle n.1 (da notare anche il singolare supporto, una piccola vanga dipinta di giallo), o quello di Go cart: entrambi hanno in cuore la gioia giocosa di quell’età, e poco importa se i loro giocattoli sono surrogati rugginosi di quelli occidentali.
Willie Bester -uno degli artisti più affermati della scena africana purtroppo ancora poco conosciuta (nel 2001 tenne a Bruxelles un’importante personale al Centre d’Art Contemporain) con questo documento artistico vuole rendere visibile chi visibile non è. Soprattutto agli occhi di chi fino a pochi anni fa propagandava un Sud Africa bianco ed etnicamente puro mentre ora, crollato il regime d’apartheid, non ha ancora fatto i conti con la storia.
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