Qual è la verità? E’ la realtà o ciò che sta dietro ad essa? Non ci sono dubbi, secondo la mostra Veritas, evento che inaugura il nuovo spazio dello Studio Raffelli, oltre cento metri quadrati di contemporaneità sovrastata dalle volte affrescate di un palazzo storico davanti al castello. La verità è la realtà, ma quella dipinta, non quella rubata ed elaborata nelle immagini video e fotografiche, perché la pittura crea da zero, dalla tela bianca.
Paladini della verità dipinta e della “storia vera” della galleria, che da vent’anni esatti indaga gli sviluppi di questa modalità espressiva, sono artisti di ogni parte del pianeta. Dall’australiana Jenny Watson al sudafricano Willie Bester. A dimostrazione dell’ampiezza del raggio d’azione dello spazio espositivo e, allo stesso tempo, l’universalità del sentire pittorico. Un’universalità che si muove dalla riproduzione del reale fino a raggiungere l’astrazione e l’interazione concettuale con il linguaggio e con gli oggetti.
C’è la figurazione di Gian Marco Montesano, che innesca uno slittamento temporale e sembra fuoriuscire da una tv in bianco e nero, come nell’interno deserto del locale bohemjenne di Au café des rendez-vous manqués. Ci sono le figure di Chia e i paesaggi di Salvo, le giustapposizioni pop delle icone quotidiane di David Salle, insieme alle associazioni di parole e immagini di Jenny Watson.
A metà strada tra mimesi del reale e astrazione si pone Philip Taaffe. Eppure nulla è lasciato al caso nelle sue sovrapposizioni di elementi naturali su sfondi marmorizzati, perché ogni azione è finalizzata a comunicare, anche quando il colore è mosso sulla superficie immersa nel liquido, come se fosse un gesto interiore.
Allo stesso modo anche le pennellate ampie di Ross Bleckner in Ancestor (C) lasciano intravedere fiori rossi, allontanandosi da un approccio puramente astratto. In Planet II James Brown -attraverso il punto di vista profondo e distaccato di chi ha deciso di vivere nella foresta tropicale del Messico- si immerge diversamente in un’astrazione priva di elementi archetipi, per far percepire lo sviluppo di forme molecolari.
E’ in Bester invece che la pittura interagisce con la terza dimensione, e arriva a riflettere sulla situazione sociale. L’opera è giocata sulla dicotomia non immediatamente percepibile tra bianchi da un lato e neri dall’altro, che si ripete nel dipinto al centro e nell’assemblaggio di oggetti metallici di recupero tutt’attorno. Nel mezzo c’è Nelson Mandela, al centro di una divisione che ha portato dolore -come raccontano con forte coscienza e senza rabbia le parole incise sul ferro– e che non è ancora risolta, come ossessivamente ripete l’artista.
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