Accanto a mostre di grande richiamo, come l’attuale Il bello e le bestie, il Mart sa offrire al proprio pubblico eventi di ricerca, senza comunque peccare in piacevolezza e curiosità. E’ il caso di questa copiosa esposizione dedicata alla ceramica sovietica, centinaia di pezzi che ripercorrono la storia artistica ed iconografica dell’ex URSS dalla Rivoluzione d’ottobre alla Perestroika. Tutti i pezzi provengono dalla collezione di Alberto Sandretti, appassionato non solo di ceramiche, ma anche di manifesti e libri russi, tutto materiale recentemente depositato al Mart.
La parte più pregiata del percorso è quella che testimonia gli anni successivi alla Rivoluzione d’ottobre, quando le manifatture furono nazionalizzate ed affidate a Čechonin, uno dei più noti grafici di Pietroburgo. I suoi piatti, con uno stile tuttavia legato alla tradizione, divennero un felice mezzo di propaganda politica: falci e martelli spesso contornati da ghirlande di fiori e frutta, sostituite talvolta da geometrizzazioni cubiste. Accanto al più classico dei simboli comunisti, questi piatti proponevano, quasi fossero volantini, slogan di Marx e Bakunin, Ruskin e Dostojevskij, perfino citazioni dai Vangeli.
Altrettanto rivoluzionarie, ma da un punto di vista artistico più che politico, sono le geometriche ed aniconiche ceramiche suprematiste. Dal servizio da tè realizzato su modelli di Malevič ai sorprendenti lavori dei suoi due allievi Suetin e Čašnik, ben comprensibile è la predilezione dei suprematisti per questo materiale: la sua bianca e cosmica lucentezza è il campo ideale dove inserire le amate e policrome forme geometriche.
A parte qualche revival astrattista degli ultimi decenni, le ceramiche russe sono però soprattutto figurative. Non ci sono solo i ritratti dei “vati” –letterati e politici, su tutti Lenin, al quale è dedicata una significativa sezione- ma anche e soprattutto le figure del lavoratore, non a caso considerato il nuovo eroe. Se ai nostri occhi questi soggetti –il contadino con covoni, la mungitrice, la mietitrice, il vasaio, l’avicoltrice, il minatore, l’operaio trattorista…- possono sembrare irrimediabilmente kitsch, al tempo erano veramente sentiti ed apprezzati dagli artisti, come testimonia del resto un imperativo del costruttivista Osip Brik: Andare nelle fabbriche. Questo dev’essere l’unico compito dell’artista.
Nutrita è anche la sezione inerente quel particolare “lavoratore” che è il soldato dell’Armata rossa, nonché quella dedicata alla Rivoluzione culturale. Una Russia meno rossa è quella che emerge dalle incantevoli ceramiche dedicate all’infanzia, al folklore e alle fiabe; temi che del resto incantarono anche la Goncharova e Chagall. Dai miti antichi a quelli contemporanei. E così, se un piatto di Leonov loda l’astronauta Gagarin, è un boccale a celebrare infine la Perestroika…
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perché non ci capito mai in queste "occasioni" :-(